Smartphone in acqua? Calma, ecco quello che dovete fare

Avrete probabilmente sentito parlare di qualcuno a cui è scivolato lo smartphone nel WC, nel lavandino pieno d’acqua, in piscina o in mare. O magari siete rimasti coinvolti direttamente? Dopo un iniziale attacco di panico, la prima cosa da fare è mettere in salvo il dispositivo. Ecco quindi i passi da seguire nel caso in cui il vostro telefono sia accidentalmente caduto in acqua.

Mantenete la calma e passate all’azione
Continuare a sbraitare o piangersi addosso dopo che il vostro nuovo smartphone è appena finito in acqua non aiuterà certo a risolvere il problema. La prima cosa da fare è afferrare il dispositivo e metterlo all’asciutto: fatto ciò, potrete anche continuare a maledire voi stessi per la vostra disattenzione ma, nel frattempo, continuate a leggere per scoprire cosa fare e cosa non fare per salvare il vostro smartphone Android dopo un tuffo in acqua.

Cosa NON fare
Dopo aver recuperato il vostro telefono bagnato dalla pozza d’acqua, in cui è malauguratamente scivolato, ci sono alcuni passi che non dovete assolutamente seguire:
·Non accendete il dispositivo, non utilizzatelo in alcun modo. Questo include utilizzo di app, chiamate, SMS, navigazione o altro.
·Non premete alcun tasto (accensione, home o volume).
·Non scuotetelo, al contrario muovetelo il meno possibile.
·Non smontate il dispositivo, questo invaliderebbe la garanzia che potrebbe già essere compromessa a causa del Liquid Damage Indicator (LDI) causato dal tuffo in acqua. Se desiderate smontarlo fatelo a vostro rischio e pericolo e assicuratevi prima di sapere dove mettere le mani!
·Non soffiateci sopra, i danni riportati potrebbero aumentare visto che l’acqua potrebbe penetrare e raggiungere alcune parti del telefono ancora asciutte.
·Non cercate di scaldarlo con l’asciugacapelli o nel microonde nel tentativo di asciugarlo e, naturalmente, non provate a chiuderlo dentro al freezer di casa (si, c’è chi ha provato anche questo!).

Come mettere in salvo lo smartphone bagnato
Oltre alle cose da non fare ci sono dei passaggi da seguire per cercare di rianimare il vostro vecchio amico tecnologico prima di disfarvene e passare ad un nuovo e asciutto smartphone performante:
·Nel caso in cui il vostro smartphone bagnato sia ancora acceso, spegnetelo.
·Mettete il telefono in posizione verticale.
·Rimuovete la cover di protezione.
·Estraete la scheda microSD e le SIM card dagli appositi alloggi.
·Rimuovete la scocca posteriore ed estraete la batteria (questo passaggio è applicabile solo a pochi superstiti).
·Prendete un panno e tamponate evitando di spargere l’acqua in altri punti del telefono.
·Se l’acqua penetrata è tanta vi consigliamo di utilizzare un piccolo aspirapolvere per aspirarla dai punti difficili da raggiungere.
·Anche se vi sembrerà strano, riponete ora il vostro dispositivo umido in un sacchetto con zip pieno di riso o di gel di silice. Questi ultimi hanno infatti proprietà disidratanti che permettono di assorbire i liquidi ed è per questo che vengono consigliati per asciugare smartphone, tablet e dispositivi elettronici di ogni genere (non preoccupatevi, non vi chiederemo di strappare un capello al vicino di casa e di buttarlo in un pentolone insieme ad una coda di lucertola).
·Se disponete di un apposito sacchetto deumidificante per asciugare i dispositivi, utilizzatelo! Potrete trovarli in vari negozi di elettronica o online su Amazon.it ad esempio.
·Lasciate lo smartphone immerso nel riso per due o tre giorni.
·Trascorsi due/tre giorni, prima di accendere il dispositivo, verificate la quantità di acqua residua.
Inserite la batteria ed accendetelo. Controllate che tutto funzioni correttamente, ascoltate un po’ di musica per verificare che gli speaker non abbiano subito danni e verificate che il display reagisca ancora senza problemi ai vostri comandi.
·Se il telefono non si accende, provate a ricaricarlo. Nel caso in cui anche dopo la ricarica il telefono non dovesse accendersi, la batteria potrebbe essere stata danneggiata. Prima di sostituirla con una nuova lasciatela asciugare per altre 24 ore.
·Se siete riusciti ad accenderlo, monitorate il dispositivo per qualche giorno e verificate se si presentano eventuali anomalie non riscontrate prima del tuffo in acqua.
·Se dopo tre giorni non siete riusciti a riavviarlo in alcun modo, non vi resta che portarlo ad un centro assistenza.

In futuro evitate di portare con voi il telefono in piscina, al bagno o mentre lavate i piatti a meno che abbiate un dispositivo resistente all’acqua come la maggior parte dei più recenti flagship (Galaxy Note 9, Galaxy S10, Huawei Mate 20 Pro e tanti altri). Controllate tuttavia la scheda tecnica perché alcuni smartphone, come Honor 10 ad esempio, non offrono alcuna certificazione.

Perché non scegliere uno smartphone o una cover resistente all’acqua?
Come accennato sopra con alcuni dispositivi non avrete bisogno di seguire il procedimento dell’asciugatura grazie alle certificazioni IP67 e IP68 di cui sono dotati. I Sony Xperia o i dispositivi Active di Samsung, ad esempio, sono noti per le loro certificazioni a prova di tuffo, ma sono sempre più i brand che decidono di realizzare smartphone resistenti all’acqua o addirittura impermeabili senza rinunciare a design eleganti e corpi sottili. La maggior parte dei dispositivi di fascia alta supportano ormai la certificazione dedicata. 

Nel caso in cui non abbiate in tasca uno di questi smartphone, potete sempre optare per un sacchetto o una cover impermeabile che vi permetterà di mettere al sicuro il vostro dispositivo anche in caso di accidentali cadute in acqua. 

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Lo smartphone non si accende? Mantenete la calma e scoprite cosa fare

Lo smartphone ed il tasto d’accensione non danno segni di vita? Niente logo del brand colorato, nessun effetto sonoro scontato e ripetitivo, il nulla più totale? Prima di gettare via il vostro smartphone accertatevi che sia veramente arrivata la sua fine seguendo i nostri consigli.

Lo smartphone non si accende dopo tanto tempo
Può sembrare stupido ma lo smartphone potrebbe non accendersi semplicemente perché è completamente scarico. Quando è stata l’ultima volta che lo avete messo sotto carica? Normalmente il dispositivo reagisce al comando di accensione anche quando è scarico, mostrando l’animazione di avvio almeno per qualche secondo prima di morire, o illuminando il led di notifica. Alcune volte però, se avete azzerato completamente le risorse della batteria, il display rimane completamente spento e lo smartphone sembra essere in uno stato comatoso.

Prima di disperarvi, collegate lo smartphone al caricabatterie, se possibile direttamente alla presa a muro, e aspettate almeno 10 minuti prima di riprovare ad accenderlo. Niente da fare? Continuate a leggere.

Lo smartphone non si accende per via di un display difettoso
Sicuri che in realtà non si tratti di un problema relativo al display dello smartphone? Potrebbe darsi che una volta schiacciato il tasto di accensione il vostro dispositivo si sia acceso regolarmente, al contrario dello schermo che invece è rimasto completamente nero. Come capire se è questo il caso?

Se il vostro smartphone dispone di un led di notifica, vi basterà osservarlo durante il processo di accensione. Se il led si illumina, ma il display rimane spento (e siete sicuri che lo smartphone sia carico), allora quest’ultimo non funziona come dovrebbe. In alternativa, potrete fare attenzione ad eventuali suoni o vibrazioni durante l’avvio. Purtroppo, in questo caso, l’unica cosa da fare è mandare lo smartphone in assistenza. 

Vi è caduto lo smartphone in acqua e ora non si accende
Sono sempre più gli smartphone veramente impermeabili che integrano la certificazione IP67 o IP68. I dispositivi Sony Xperia ed i Galaxy Active sono stati tra i primi dispositivi ad offrire questo tipo di protezione da schizzi e immersioni accidentali ma fortunatamente i nuovi flagship si stanno tutti adattando a questo standard. 

È possibile che inviando un messaggio su WhatsApp, rispondendo a chiamate mentre scolavate la pasta o lavavate i piatti, qualche goccia d’acqua si sia intrufolata sotto la scocca ed abbia danneggiato qualche componente. In tal caso non provate ad accendere lo smartphone per evitare ulteriori danni: asciugatelo al meglio, rimuovete la scocca (possibilità ormai rarissima), e seguite questi nostri consigli per farlo tornare in vita: 

Lo smartphone rallenta e poi non si accende più
Sono mesi che notate rallentamenti inusuali, riavvii improvvisi, messaggi di errore ed anomalie simili? Ecco, non era che l’inizio della fine. Spesso questi sintomi coincidono con problemi più facilmente risolvibili, come memoria insufficiente o bug dovuti ad aggiornamenti di sistema, ma altre derivano da problemi di software più gravi che portano alla totale assenza di reattività da parte del dispositivo. 

La cosa migliore in questi casi è prevenire, cercando di risolvere i lag prima che annientino il vostro smartphone definitivamente. Potrete ricorrere a reset di fabbrica, aggiornamenti di sistema e pulizia di dati o cache delle singole app. Ma se siete qui è perché ormai è troppo tardi e non vi resta, purtroppo, che contattare l’assistenza tecnica. 

La batteria sta perdendo colpi?
Avete tra le mani uno smartphone datato? Potrebbe darsi che la batteria, dopo aver dato anima e corpo per mantenerlo in vita e supportare le vostre richieste da power user, abbia ceduto una volta per tutte. Di solito questo accade gradualmente e lo si nota perché la carica dura sempre meno, ma purtroppo può anche succedere improvvisamente, soprattutto se il problema è dovuto a difetti di fabbrica piuttosto che ad un normale deterioramento. 

È removibile? Allora provate a vedere se riporta visibilmente dei danni come, ad esempio, rigonfiamenti o perdite. Se così fosse, rimuovetela immediatamente e non utilizzate il dispositivo fino a quando non avrete sostituito la batteria con una nuova ed originale. Al contrario, se la scocca fissa dovesse impedire tale soluzione, contattate l’assistenza tecnica o rivolgetevi a negozi specializzati.

Lo smartphone si accende ma visualizza solo la schermata di avvio
Se il vostro smartphone si accende, ma non va mai oltre la schermata di avvio siete inciampati in quello che si chiama bootloop: il telefono si avvia normalmente, il display si attiva, ma purtroppo rimanete prigionieri della schermata di avvio. 

Questo problema si verifica a volte quando si effettuano procedure avanzate, magari per ottenere permessi di root o per installare ROM cucinate. Se sapete già come muovervi su Android potrete entrare in modalità recovery e pulire le ripartizioni della memoria interna con un wipe.

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USB Tipo-C: tutto ciò che dovete sapere

Ogni anno i vai produttori si impegnano nella realizzazione di nuovi dispositivi dotati di tecnologie innovative, in grado non solo di stupire ma anche di migliorare l’esperienza utente. Nel corso degli ultimi due anni, l’USB di Tipo-C è stato integrato su tantissimi smartphone. Reversibile, duraturo e sottile nasconde però anche degli svantaggi che vale la pena considerare. 

Cos’è l’USB di Tipo-C?
USB (Universal Serial Bus) è uno standard di cavi e connessioni che consente la trasmissione di dati ed energia attraverso i dispositivi elettronici. Il primo standard è arrivato nel 1998 e nell’agosto del 2014 è stato rilasciato l’ultimo, il noto USB Tipo C affiancato da una nuova versione di velocità di scambio di dati ed energia, l’USB 3.1.

Vi è una differenza tra il tipo di connettore e la versione USB. Ogni tipo di connettore offre una velocità di trasferimento dati ed un limite nell’intensità della corrente elettrica supportata. i connettori con USB Tipo-A e B offrono solo 4 pin mentre quelli con USB 3.1 di Tipo-C ne offrono 24 e per questo sono in grado di offrire una maggiore velocità e potenza.

Per fare un esempio, l’USB 2.0 di tipo micro-B integrato nella maggior parte degli smartphone supporta solo alimentatori da 5V a 2A ed una velocità di trasmissione fino a 480 Mb/s. Un USB 3.1 di Tipo-C supporta fino a 20V a 5A con una velocità di trasferimento fino a 10Gb/s. I cavi USB per il Tipo-C sono generalmente più spessi per poter supportare una simile quantità di energia.

Il connettore USB di tipo C è stato definito future-proof perché punta ad essere implementato sui futuri dispositivi, Android e non. Come tutte le novità necessitano di un po’ di tempo per essere accettate, diffuse ed integrate (ci si aspetta che entro il 2020 tutti i dispositivi elettronici, elettrodomestici compresi, integrino l’USB di Tipo-C). 

USB di Tipo-C: i vantaggi
La porta USB di Tipo-C offre diversi vantaggi, primo tra tutti quello di poter essere inserito da entrambi i lati senza problemi. Oltre ad essere reversibile ed a rivelarsi quindi particolarmente utile quando si cerca di mettere in carica il dispositivo la notte, offre delle dimensioni più compatte (perfette per i design sempre più sottili mostrati dagli smartphone).

È stato realizzato per garantire più di 10 mila cicli di utilizzo e quindi per durare nel tempo e può essere utilizzato sia per caricare lo smartphone o un dispositivo aggiuntivo, che per trasferire dati. A questi vantaggi si aggiunge poi la possibilità di incrementare la velocità di trasferimento dei dati (solo se il vostro dispositivo e quello a cui siete connessi offrono un USB di Tipo-C compatibile quindi con l’USB 3.1). 

Alcuni brand, come HTC ad esempio, si sono liberati del mini jack per le cuffie e sfruttano la porta USB di Tipo-C per l’output del suono.

USB di Tipo-C: alcuni svantaggi da tenere in considerazione
Cavi con connettore di Tipo-C e standard USB 2.0
Non tutti i brand produttori si stanno adattando al nuovo standard. Alcuni cavi sono dotati di connettore USB di Tipo-C ma utilizzano lo standard USB 2.0, una pratica molto pericolosa. Utilizzare questi cavi con caricabatterie e smartphone che integrano l’USB di Tipo-C con USB 3.1, potrebbe rendere inutilizzabile il dispositivo, così come è accaduto all’ingegnere di Google Benson Leung.

Dispositivi con cavi Tipo-C che non supportano USB 3.1
Il problema non è solo legato ai cavi ma anche agli smartphone. Vi sono dispositivi con dock Tipo-C che non supportano lo standard USB 3.1. Un buon esempio è stato quello di Huawei P9 con porta USB di Tipo-C ma supporto all’USB 2.0. Ed il P9 non è stato l’unico dispositivo incriminato, la lista è lunga.

Se però avete in tasca un dispositivo Google (Pixel 3, Pixel 3 XL, Pixel 2, Pixel 2 XL o precedenti) potete stare tranquilli perché il supporto all’USB 3.1 è presente. Anche i più recenti smartphone Galaxy utilizzano ormai lo standard veloce USB 3.1.

Non compatibili con vecchi accessori e gadget
Un altro problema a cui potreste andare incontro risiede nel fatto che pochi accessori sono compatibili con questo connettore. Se quindi custodite nel cassetto della scrivania una serie di accessori che fino ad ora avete utilizzato con i vostri precedenti smartphone Android, avete due soluzioni davanti a voi: gettarli nel cestino e fare scorta di nuovi gadget tutti rigorosamente compatibili con l’USB di Tipo-C o acquistare un adattatore capace di trasformare i vostri connettori di Tipo-A in Tipo-C.

USB di Tipo-C: alcuni consigli da tenere a mente
Diffidate dai cavi con USB di Tipo-C troppo economici: potrebbero costarvi cari!
Anche se il vostro smartphone offre un USB di Tipo-C verificate nelle specifiche il supporto a USB 2.0, 3.0 o 3.1.
Utilizzate il cavo del carica batterie in dotazione con il dispositivo.
Se avete bisogno di sostituirlo, verificate prima dell’acquisto la compatibilità con il vostro

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Come caricare manualmente una batteria scarica

Attualmente viviamo in un’epoca dove il consumo delle batterie è un argomento pressante. In ambito elettrico molti produttori stanno cercando di avviare sperimentazioni che possano allungare il tempo di carica delle singole batterie, rendendole più durature e performanti. I metodi reali per caricare manualmente una batteria scarica sono ancora poco applicati e scarsamente studiati scientificamente. Per ora è impossibile caricare manualmente una batteria poiché questa necessita di energia elettrica a sua volta. In questa breve guida vedremo, quindi, come caricare manualmente uan batteria scarica, cercando di utilizzare quel poco di corrente prodotta dal nostro corpo, in modo rapido e sicuro.

Utilizzare l’energia del corpo
Il primo aspetto che andiamo ad affrontare è introduttivo all’argomento. Spiegandolo nel modo più semplice possibile nel caso in cui noi andassimo a ricaricare una batteria manualmente, è deducibile che in quel momento le nostre fonti d’energia (elettrica) siano esaurite. Noi, però, in teoria potremmo ricaricare, grazie alla nostra energia, almeno il 5% della carica totale di una qualsiasi batteria, da quelle al litio contenute nei cellulari a quelle a stilo. La difficoltà maggiore sta nel creare una energia tale da poterla sfruttare come fonte di ricarica.

Utilizzare le proprie dita
In questo secondo punto forniamo uno spunto riguardo all’argomento. Le nostre dita, infatti, potrebbero fungere da presa per le comuni batterie, in linea teorica. Ma applicare questa idea alla realtà non è così semplice. Il sistema, infatti, consiste nel riuscire a strofinare i due poli della batteria (+ e -) il più forte possibile, così da creare l’energia sufficiente all’esperimento. In questo sarà possibile trasmettere la giusta quantità di calore ai poli, seppur nella realtà non del tutto sufficiente. Ad esempio per riuscire ad ottenere una discreta resa, caricando di un 5% la batteria, avremo bisogno di parecchie ore di strofinio.

Utilizzare la dinamo a manovella
Nell’ultimo punto affronteremo un metodo classico per la produzione di energia in maniera semplice e pulita, ovvero tramite l’utilizzo di una dinamo a manovella. Questo metodo consiste nel fornirsi di un alternatore dinamo e successivamente agganciarci una manovella. A questo punto, una volta collegati i poli alla dinamo, sarà possibile girare la manovella in modo da generare corrente. Il metodo appena citato risulta meno faticoso rispetto a quelli visti di recente, seppur la resa rimanga mediocre. Altri metodi sviluppati di recente riguardano le batterie che sono in gradi di ricaricarsi wireless, senza l’ausilio di veri supporti collegati al nostro apparecchio. Soprattutto negli smartphone di ultima generazione è stata implementata questa idea, con discreto successo.

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Cosa fare prima di gettare un computer

Ognuno di noi a casa possiede un computer che ci accompagna giorno per giorno nel quotidiano. Dopo diversi anni però può capitare che il computer inizi a dare problemi. La soluzione più azzeccata potrebbe essere quella di sostituirlo con uno nuovo. In vista dell’acquisto di un nuovo computer molti decidono di buttare il vecchio, ma questa è un operazione che non bisogna prendere sottomano. Ecco quindi cosa fare prima di gettare un computer.

Proprio perché il nostro computer ci ha accompagnato per tutti questi anni tra lavoro e dati personali è bene eseguire un backup per non perdere tutto. All’interno dell’ hard disk infatti sono conservate tutte che cose che andiamo a salvare sul nostro computer. Molte potrebbero essere inutili, ma potremmo anche perdere fotografie, ricordi, numeri di telefono, indirizzi e-mail, contatti lavorativi. Prima di gettare un computer un backup dei dati è essenziale.

Una volta eseguito il backup di tutti i nostri dati possiamo eseguire correttamente la formattazione del nostro computer. La formattazione non farà altro che ripulire interamente il nostro hard disk riportandolo allo stadio iniziale. Il nostro computer così non avrà più alcun dato personale e potremmo quindi in tutta tranquillità buttarlo. Ovviamente dovremmo eseguire la formattazione in modo corretto altrimenti potrebbero rimanere dati al suo interno. Se non siete capaci chiedete aiuto ad un esperto.

Il nostro vecchio computer senza saperlo potrebbe essere una vera miniera d’oro. Nonostante la sua età potrebbero essere buoni molti pezzi. Proprio per questo potremmo cercare di smontare i moduli RAM per provare a rivenderli, così come i lettori CD/DVD e tutto ciò che è possibile riutilizzare. Inoltre se alcuni componenti sono abbastanza potenti potrebbero anche tornarci utili in futuro o montarli sul nuovo computer.

Dopo che abbiamo smontato tutto quello che è possibile riutilizzare dobbiamo iniziare a pensare se tenere o distruggere il vecchio hard disk. Se dobbiamo dare il computer a un amico fidato possiamo anche decidere di rimanere tutto intatto. Se invece dobbiamo buttarlo via anche se abbiamo eseguito la formattazione un esperto potrebbe riuscire a recuperare tutti i nostri dati. In questo caso dobbiamo provvedere a rompere l’hard disk fisicamente danneggiandolo. Questo è l’unico modo per assicurarci che nessuno possa recuperare i vostri file.

Prima di gettare un computer dobbiamo informarci su quali centri della nostra città provvedono a smaltire correttamente tutti i componenti. Infatti i computer contengono moltissimi materiali pericolosi e che non sono smaltibili dalle normali discariche come i metalli pesanti, il mercurio e via discorrendo. Dobbiamo quindi portare il nostro computer in un centro di smaltimento per componenti elettronici in modo da fare tutto nella maniera più corretta possibile.

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Come sostituire la batteria dell’iPod Nano

I dispositivi usati per ascoltare e scaricare musica sono gli iPod. Ne esistono di svariate marche, tra cui abbiamo anche l’Apple. Per funzionare necessitano di una batteria che li alimenti. Dal momento in cui si esaurisce. Potete continuare ad utilizzarlo sostituendone una nuova. Questa operazione è relativamente complessa. Essa, infatti va fatta con precisione e attenzione, poiché l’iPad è composto da piccoli componenti hardware e di micro- saldature. In questa guida vi indico come sostituire la batteria dell’ iPad nano.

Innanzitutto bisogna procurarsi la batteria nuova. Assicurarsi di avere a disposizione gli utensili necessari per operare sul dispositivo. Mettete il necessario su un piano di lavoro e iniziate la prima fase di smontaggio del dispositivo. Prendete L’utensile con lama di di 1 cm di plastica, e cercate di fare spazio nella fessura della scocca del dispositivo. A questo punto rimuovete il piccolo inserto di plastica, posto sul lato posteriore dell’iPod. Questo risulta incollato. Quindi copre le due viti da svitare.

Proseguite svitando le due viti. Appena svelate con un giravite torx adatto. Togliete le viti, mettendole da parte. Posizionate la ventosa sul display, facendola aderire bene, adoperando l’utensile in plastica ai lati del display. Sbloccate l’incastro che mantiene in posizione il vetro in oggetto. Quindi estraete il corpo, facendo attenzione a non forzare i collegamenti tra la batteria e la Logic Board del dispositivo.

A questo punto avrete da un lato il display-touch. Mentre dietro la batteria incollata e legata alla scheda logica dell’iPod Nano. Utilizzare il micro-saldatore per dissaldare i piccoli collegamenti. Gli elementi si trovano posizionati tra la batteria ed il “silicio” del dispositivo. Quindi bisogna fare attenzione a staccarli. Staccate la batteria dal resto del display. Tirate l’apposita linguetta. Aiutandovi con una leva in plastica, senza forzare eccessivamente, staccate la batteria dall’ iPad.

Terminata la fase dello smontaggio, inserite la batteria nuova. Saldate i contatti della nuova batteria alla scheda logica. Fate attenzione a non esagerare con il saldante e mantenete netti i margini della saldatura. Incollate con il biadesivo la batteria nel suo alloggiamento, ripristinando i collegamenti tra display-touch e logic-board. Reinnestate il corpo nella cover “unibody”. Attendete lo scatto, e avvitate le due viti per fermare il dispositivo. Completato l’operazione, incollare l’inserto in plastica che copre le viti di bloccaggio. A questo punto avete sostituito la batteria guasta del vostro iPod Nano.

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Come scegliere un orologio da polso

Se hai deciso di comprarti un orologio, probabilmente cerchi un accessorio di moda che ti piaccia indossare tutti i giorni e con il quale tu possa sentirti a tuo agio fra le altre persone; oppure potresti essere un appassionato di orologeria che cerca un modello ben costruito, mediante materiali di grande qualità e soluzioni tecniche ricercate. 

Un orologio da polso può essere automatico, cioè funzionare grazie a tanti piccoli elementi meccanici, essere alimentato da una batteria, oppure sfruttare le radiazioni solari mediante un piccolo pannello fotovoltaico. Queste caratteristiche sono una piccola parte di una lunga serie di particolarità che possono determinare la scelta di un orologio da polso. 

Se sei un appassionato, non puoi certo trascurare i marchi di lusso, che propongono veri e propri gioielli curati nei minimi dettagli e utilizzano materiali pregiati; inoltre, devi considerare l’estetica, in base al tuo stile e agli abiti che indossi, in modo che il tuo orologio sia una scelta ponderata sotto ogni punto di vista.

La scelta di un orologio da polso: l’alimentazione
Fra gli amatori dell’orologeria c’è sempre stata una certa divergenza fra chi preferisce gli orologi meccanici e coloro che invece propendono per gli orologi al quarzo. 

Vediamo insieme quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle varie tipologie, indipendentemente dalla fascia di prezzo.

Orologi meccanici
Gli orologi meccanici possono essere automatici o a carica manuali; molti modelli di buona qualità dispongono di entrambe le soluzioni. Il loro fascino non può essere messo in discussione, in quanto oltre ad essere un esempio storico di orologeria funzionano con tantissimi piccoli pezzi, che devono essere precisissimi sia presi singolarmente che uniti fra loro nel formare il meccanismo. Questo fatto giustifica i prezzi talvolta altissimi di alcuni orologi di lusso.

La carica manuale avviene mediante la corona, che provvede a ricaricare l’orologio grazie a una molla a spirale che genera energia potenziale e la rilascia gradualmente. La carica automatica avviene mediante le oscillazioni del polso, che a sua volta stimola un rotore che produce energia cinetica; quest’ultima verrà accumulata da una molla di carica, che avrà l’energia potenziale per consentire all’orologio di funzionare.

Scegliere un orologio meccanico significa disporre di minore precisione (i migliori modelli certificati COSC possono avere uno scarto minimo pari a 1 secondo al giorno), a meno che non metti a confronto un orologio al quarzo dal costo di poche decine di euro con un modello automatico o manuale dal prezzo superiore a un migliaio di euro.

L’orologio meccanico è una scelta di pregio riservata ai veri appassionati, cioè a coloro che pretendono unire la massima precisione possibile mantenendo la tradizione. I segnatempo meccanici sono molto più pesanti e la loro lancetta dei secondi si muove in modo quasi continuo, apparentemente fluido;

Orologi al quarzo
Il funzionamento degli orologi al quarzo è garantito da una batteria che fornisce energia a dei cristalli di quarzo, che sottoposti a una tensione elettrica producono delle regolari oscillazioni. Un apposito circuito posto a valle del quarzo sintetizza le vibrazioni in un impulso elettrico che ha il compito di stimolare la lancetta dei secondi.

La precisione degli orologi al quarzo è decisamente più alta rispetto a quella dei modelli meccanici; lo scarto massimo di un orologio di buona qualità non supera i 15 secondi ogni anno. Considerando l’assenza di complicati meccanismi, l’orologio risulta essere molto più leggero; inoltre, i cronografi possono lavorare con estrema precisione anche nella misurazione dei centesimi di secondo.

La scelta di un orologio al quarzo è tipica della maggior parte delle persone, in quanto il rapporto qualità-prezzo è spesso molto conveniente. Non mancano, anche in questo caso, modelli costosi e di lusso.

Orologi a energia solare
Si tratta della soluzione più recente, ripresa da pochi anni dalla Citizen per la produzione dei modelli Eco-Drive. I primi modelli di orologi a energia solare presentavano il grande difetto di rovinarsi facilmente, specie se abbandonati in cassetti bui per un lungo periodo.

Attualmente, questi orologi offrono una notevole precisione; gli Eco-Drive della Citizen in particolare sono radiocontrollati, cioè ricevono la lettura dell’ora dagli orologi atomici, segnatempo che si basano sulla frequenza di risonanza di un atomo, i quali sono utilizzati da diversi laboratori di metrologia presenti nel mondo.

Accutron di Bulova
Questo modello è molto particolare in quanto consiste in una scelta intermedia, peraltro ottimamente riuscita. La Bulova ha sostituito il bilanciere, essenziale negli orologi meccanici, con un diapason, che ha la capacità di emettere una frequenza 36 volte superiore (360Hz il diapason, 10Hz il bilanciere). Con questo sistema, la precisione e la fluidità del movimento aumentano in modo considerevole e la stessa lancetta dei secondi si muove in modo molto fluido, similmente a quella dei recenti smartwatch. Dal punto di vista commerciale, la serie Accutron ha dovuto cedere il passo al quarzo, unicamente per ragioni legate al costo.

VHP di Longines
La sigla consiste nell’acronimo di Very High Precision e sintetizza una tecnologia innovativa la cui principale peculiarità consiste nel rendere il movimento al quarzo ancora più preciso. Gli orologi VHP di Longines hanno uno scarto massimo di soli 5 secondi all’anno, contro i 15 dei migliori modelli al quarzo “tradizionali”; basano il loro funzionamento sulla correzione delle interferenze che possono essere causate da urti o l’esposizione accidentale a campi magnetici. Questi modelli sono tutt’ora in commercio e hanno un costo tutto sommato accessibile; si parla di cifre prossime al migliaio di euro.

La scelta di un orologio da polso: i materiali
Gli orologi possono essere costruiti in acciaio, in titanio, in ceramica, in plastica e in altri materiali a seconda delle prerogative delle varie aziende presenti in tutto il mondo. A tal proposito, è doveroso menzionare almeno una volta la Rolex, la maison svizzera che ha fatto dei suoi segnatempo un’icona che anche tu con ogni probabilità apprezzerai per almeno un motivo.

Gli orologi Rolex sono tutti meccanici e solamente in un’occasione l’azienda ha costruito alcuni modelli con il movimento al quarzo, nei quali successivamente non ha più creduto. L’adozione di acciai speciali prodotti appositamente e di altri particolari tecnici di altissima precisione, rendono i Rolex degli orologi stupefacenti per precisione ed estetica, giustificando il grande successo commerciale ottenuto. Le altre case propongono tantissime soluzioni differenti e per quanto riguarda i materiali, i seguenti esempi possono destare la tua curiosità.

Orologi in acciaio
Oltre alla Rolex, decisamente d’esempio, sono moltissime le case che utilizzano l’acciaio, comprese le aziende che puntano esclusivamente al basso costo e al prezzo concorrenziale. In tal senso è doveroso precisarti che esistono molti acciai differenti e che talvolta consistono in leghe speciali, come quelli utilizzati dalla Rolex. Per questa ragione, sapere con esattezza quale orologio scegliere non è semplicissimo; è necessaria esperienza, oppure devi riporre fiducia su coloro che hanno delle conoscenze in merito. Indubbiamente, al tatto puoi percepire la differenza fra l’uno e l’altro materiale, mentre è più complesso stabilire con esattezza la veridicità delle differenze di prezzo; in questo senso anche la fama del marchio gioca un ruolo fondamentale.

Orologi in titanio
La scelta di utilizzare questo materiale leggerissimo e particolarmente resistente ai graffi e agli urti è stata fatta inizialmente da alcune maisons di lusso come la Tag Heuer. Ora sono molte le case che costruiscono orologi in titanio; un esempio ne è la Locman, azienda italianissima che propone segnatempo dal look molto particolare. Il titanio è un materiale simile all’acciaio, ma più grigio e dai riflessi unici; ti da un’idea di fantascienza e modernità, come piace molto in questo periodo storico.

Orologi in plastica
Non si può certo dire che la plastica e i suoi derivati siliconici siano materiali di pregio. Parliamo di orologi economici, fra i quali dovresti ricordare la famosa produzione della Swatch, un marchio che grazie al successo ottenuto detiene attualmente le quote maggioritarie di numerose aziende del calibro della Longines e della Certina. Anche la maison Omega, che produce orologi di gran pregio paragonabili a quelli fabbricati dalla Rolex, appartiene allo Swatch Group, così come la Mido e la Tissot. La Swatch intorno alla fine del secolo scorso produsse molti segnatempo totalmente in plastica, fra i quali ogni modello aveva uno stile unico, tanto che molti amavano e amano tutt’ora collezionarli.

Il loro costo era inferiore a centomila delle vecchie lire, pari a circa 50 euro e al loro interno vi era un ottimo movimento al quarzo di fabbricazione svizzera. Questi orologi convinsero il pubblico sotto ogni aspetto e tutt’ora sono proposti sul mercato incorporando soluzioni all’avanguardia.

Fra i modelli migliori, ti ricordo lo Swatch Scuba, un submariner in grado di sopportare 20 atm di pressione; lo Swatch Right Track, l’unico cronografo della Swatch a carica automatica, proposto audacemente dentro una cassa di plastica; lo Swatch System 51, orologio più recente, automatico e funzionante con soli 51 pezzi di alta orologeria.

Orologi in ceramica
Contrariamente a quanto puoi pensare, la ceramica usata negli orologi viene trattata in modo particolare ed è pertanto molto resistente, nonché molto bella esteticamente; viene usata da molte case per costruire la ghiera, mentre la Rado, azienda svizzera del gruppo Swatch, la usa in molti casi anche per il bracciale. Gli orologi della Rado hanno la caratteristica di essere molto curati nella costruzione piuttosto che nel movimento, comunque di ottimo livello, e spesso hanno un look molto particolare, grazie all’uso di materiali come la stessa ceramica (High Tech Ceramics come dichiara la casa) e il tungsteno.

La scelta dell’orologio da polso: lo smartwatch
Si tratta dell’alternativa più tecnologica disponibile sul mercato; lo smartwatch sta diventando sempre più popolare e non può essere altrimenti, considerando che oltre a essere un ottimo orologio, incorpora tutte le funzioni di uno smartphone (o di un iPhone), collegandosi al dispositivo tramite il bluetooth.

Per farti un esempio di smartwatch di grande qualità, possiamo riferirci al Tag Heuer Connected: funziona con il sistema operativo WearOS , probabilmente il più utilizzato insieme a Apple Watch (quest’ultimo da abbinare possibilmente a iPhone), offrendoti un’estetica personalizzabile e in grado di imitare i migliori modelli del marchio svizzero.

Il Tag Heuer Connected ti propone alcune applicazioni mediante le quali puoi personalizzare a tuo piacimento diverse funzioni cronografiche. L’alternativa a questo smartwatch, non tanto per il marchio, quanto per il sistema operativo, consiste in Apple Watch (con sistema operativo WatchOS). Questo modello s’interfaccia perfettamente con iPhone e ti propone innovazioni di ogni genere, come l’adozione di uno schermo in grado di presentarti una superficie visibile il 30% più ampia di quella effettiva. Un’altra funzione da non sottovalutare è quella che consente a Apple Watch di effettuare un elettrocardiogramma completo.

Scegliere uno smartwatch equivale ad acquistare un orologio da polso; consiste di fatto in una scelta soggettiva, per la quale non mancano gli scambi di opinione fra i tradizionalisti e coloro che invece preferiscono possedere il prodotto più all’avanguardia del momento.

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Cosa cambierà con le nuove porte Usb 4

L’Usb Implementers Forum ha annunciato la nascita di Usb 4, la nuova versione dell’interfaccia universale più importante e diffusa in ambito tecnologico.

Nel 2017, i portavoce di Intel fecero presente che avrebbero reso disponibili le potenzialità di Thunderbolt 3 (l’interfaccia sviluppata da Intel per permettere il collegamento tra i principali dispositivi multimediali in modo da creare un cavo universale per tutte le esigenze) a tutti i produttori, senza l’applicazione di alcuna royalty. Oggi il proposito è realtà e Usb 4 è ciò che fa seguito a quelle promesse.

Usb 4 porterà, quindi, le caratteristiche di Thunderbolt 3 nelle mani di tutti gli utenti. E questo importante passo è stato reso possibile grazie all’ingresso di Intel nell’Usb Promoter Group che ha permesso al protocollo Thunderbolt di diventare di dominio pubblico e di formare la base per il nuovo standard Usb.

I vantaggi di Usb 4 sono molti: sarà disponibile su un gran numero di dispositivi e costerà molto meno di Thunderbolt; permetterà l’arrivo sul mercato di periferiche molto più economiche rispetto a quelle compatibili Thunderbolt 3, ma con tutte le caratteristiche di quella interfaccia; offrirà una banda fino a 40 Gbps; utilizzerà lo stesso design del connettore Usb-C di Usb 3, pertanto, i produttori non dovranno introdurre nuove porte Usb 4 nei loro dispositivi. Inoltre, sulla scia della porta Usb type-c che si può inserire da ambo i lati, sarà confermato questo design per il connettore e per l’ingresso.

Pertanto, addio al problema dell’inserimento della Usb legato al verso corretto della chiavetta. Ajay Bhatt, che era a capo del team di sviluppo che nella metà degli anni ’90 alla Intel ha messo a punto il connettore Usb, non ha mai nascosto il rammarico per aver creato qualcosa di universale ma scomodo. All’epoca, però, non era possibile mettere in commercio un connettore e un ingresso che fossero completamente reversibili, a prescindere dal lato di inserimento, per una questione di costi (visto che sarebbe stato necessario il doppio dei circuiti e dei cavi).

Le specifiche tecniche di Usb 4 sono già state approvate. Per la loro pubblicazione bisognerà attendere la fine del 2019. Dalla pubblicazione delle specifiche finali alla comparsa sui primi dispositivi ci vorranno almeno diciotto mesi. Quindi, è probabile che non vedremo nulla prima del 2021.

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Caricabatterie sempre collegato alla presa elettrica: ininfluente almeno nel caso degli smartphone

Quanto costa lasciare un caricabatterie sempre collegato alla rete elettrica? Qual è il suo consumo energetico? Proviamo a fornire qualche suggerimento per valutare correttamente i valori in gioco.

Tra gli utenti possessori di un qualunque dispositivo elettronico è diffusa l’abitudine di lasciare collegati alla presa elettrica a muro i vari caricabatterie. Collegare e ricollegare gli alimentatori è spesso scomodo, soprattutto se sono collegati in una posizione difficile da raggiungere, ad esempio sotto la scrivania. Per questo motivo, sono in tanti a lasciare alimentati i caricabatterie per poi limitarsi a collegarne l’estremità per la connessione allo smartphone, al tablet o al notebook (con connettore DC o USB).

Ogni caricabatteria (adattatore AC/DC) dispone di una “targa” ossia di un’etichetta contenente le informazioni sulle sue caratteristiche in termini di tensione e amperaggio (corrente). I valori da controllare sulla targa sono quelli posti accanti alla voce Output (“uscita”).
Moltiplicando i valori di corrente e tensione, si otterrà il valore della potenza in Watt ossia il quantitativo di energia che l’alimentatore può – al massimo – consumare per ricaricare o alimentare i dispositivi collegati a valle. Ovvio che se a valle il caricabatterie non è collegato a nessun dispositivo (connessione “a vuoto”), è lecito attendersi un certo consumo di energia che però non sarà neppure lontanamente paragonabile a quello rilevato durante le attività di ricarica e alimentazione.

I caricabatterie sono dispositivi che variano i parametri elettrici (tensione e intensità di corrente) da una rete primaria a una secondaria. I due circuiti presenti sono accoppiati induttivamente: non c’è quindi alcun contatto tra gli avvolgimenti.
La tensione in ingresso (ad esempio 230 V a 5 V) viene trasformata convertendo dapprima la corrente elettrica alternata sul circuito primario in un flusso elettromagnetico che viene poi convertito in un flusso elettrico ancora una volta alternato sul circuito secondario (ad esempio 5 V).

Quando il caricabatterie è collegato alla rete elettrica senza alcun carico a valle è ovvio che c’è un consumo energetico perché i circuiti sono alimentati e stanno funzionando. Dove va l’energia assorbita da un caricabatterie funzionante “a vuoto” (quindi senza alcun dispositivo collegato a valle)?
Semplice: si disperde sotto forma di calore o di energia cinetica. Ricordate i ronzii propri dei trasformatori di più grandi dimensioni, assolutamente assente nei moderni caricabatterie per smartphone e tablet? Quei ronzii erano dovuti alla vibrazione dei lamierini che compongono il trasformatore, oggi del tutto assenti nelle apparecchiature destinate ai mercati consumer e professionali.

Quindi non è possibile sostenere che il consumo energetico di un caricabatterie a vuoto sia pari a 0 W ma attrezzandosi con un amperometro digitale collegato all’ingresso dell’alimentatore è facile capire come stanno le cose.

Collegando l’amperometro digitale sul circuito in ingresso (230 V) del caricabatterie quindi misurando la corrente rilevata in Ampere (A), con una semplice moltiplicazione si potrà calcolare la potenza ovvero l’energia consumata dal caricabatterie connesso alla rete elettrica “a vuoto”.

Non serve essere maghi in elettrotecnica per accorgersi che la stragrande maggioranza dei caricabatterie, anche quelli più vecchi, non supera i 60 mA di corrente a vuoto nel caso degli alimentatori per notebook, con la maggior parte degli alimentatori per smartphone e tablet che non arriva neppure a 0,3 mA (ovvero 300 microampere).
Moltiplicando tali valori per 230 V si otterranno valori rispettivamente pari a 13,8 W (60 mA x 230 V / 1000) e 69 mW (0,3 mA x 230 V).

Dal momento che in un anno ci sono 8.760 ore (24 ore x 365 giorni), il consumo di energia elettrica è stimabile al massimo in circa 120.000 Wh (13,8 W x 8.760 ore) nel caso dei notebook e 600 Wh (69 mW x 8.760 ore /1000) per gli alimentatori degli smartphone.

Abbiamo provato a verificare quale sia il costo a KWh applicato in fattura dal fornitore di energia elettrica: nel mercato a maggior tutela ci si aggira tra 0,19 e 0,21 euro per KWh.
Nel caso degli smartphone, un consumo di 600 Wh è pari ad appena 0,12 euro annui (600 Wh / 1000 * 0,2 euro); nel caso dei notebook il consumo massimo sembra essere di 24 euro annui (120.000 Wh / 1000 * 0,2 euro).

Il consumo energetico dei caricabatterie per smartphone lasciati sempre sotto carica non è affatto nullo, quindi, ma il costo annuo è irrisorio. Nel caso dei notebook i numeri sono più elevati ma sono anche pochi gli utenti che lasciano costantemente collegato alla presa elettrica a muro il caricabatterie di un portatile.

Basti comunque tenere presente che un alimentatore per un notebook di recente fattura può ridurre il consumo annuo di energia se collegato a vuoto a meno di 40 KWh (equivalenti a 8 euro annui).

I caricabatterie più moderni non lavorano a 50 Hz ovvero alla frequenza della tensione di rete domestica (230 V) ma a frequenze molto più elevate riducendo le perdite, aumentando i rendimenti ed evidenziando consumi energetici a vuoto di fatto irrilevanti (per non parlare delle dimensioni molto più contenute). Non consumano infatti 600 Wh come nell’esempio ma molto di meno.
Come nota finale, va altresì tenuto presente che nei calcoli non si è tenuto presente la correzione derivante dall’applicazione del fattore di potenza.

Con questo articolo non vogliamo esortare i nostri lettori a tenere sempre collegati alla rete elettrica i loro caricabatterie (è sempre bene preservarli da sovratensioni e inutile usura) ma desideriamo evidenziare come i consumi energetici non siano così marcati come qualcuno a più riprese continua a scrivere. In un’ottica di risparmio energetico è comunque opportuno disconnettere dalla rete tutti i dispositivi quando non sono in uso.

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Come ritrovare il cane smarrito con il cellulare

È questione di un attimo: vai con il tuo animale di compagnia al mare, in montagna o anche a fare una passeggiata in città, ti giri ad ammirare il panorama o a guardare una vetrina e dopo un istante il cane non c’è più. Fischi, lo chiami, lo cerchi. Niente. Fosse stata una persona a perdersi, sarebbe bastata una telefonata per chiedere dov’era. Quindi, tirar fuori il telefonino è inutile. O forse non più: c’è un modo per ritrovare il cane smarrito con il cellulare.

Lo sviluppo della tecnologia non permetterà a Fido di rispondere al telefono e di dirci dove si trova. A tanto non si arriva. Ma ti consentirà di ritrovarlo grazie ad un dispositivo Gps messo al collo dell’animale. Non solo: il dispositivo ha anche una funzione in grado di monitorare lo stato di salute dell’animale in modo da contenere le spese veterinarie.

Tutto questo è frutto del lavoro di una start-up italiana in partnership con una compagnia di assicurazioni digitali. L’obiettivo comune: distribuire su Internet questa sorta di pet smartphone di ultima generazione (in commercio ci sono degli apparecchi simili ma meno dotati da un punto di vista delle applicazioni) attivare 300mila dispositivi nel breve termine tra chi vuole ritrovare il cane smarrito con il cellulare.

Il cane, ma anche il gatto, perché il concetto resta lo stesso. Se, ad esempio, lasci aperta la porta finestra di casa e il micio decide di andare a farsi un giro senza avvisare, ecco come ritrovare il gatto smarrito con il cellulare.

Pet smartphone: che cos’è?
Letteralmente, lo si potrebbe definire traducendo dall’inglese un cellulare per animali. Solo che, come dicevamo prima, per quanto la tecnologia si evolva riuscire a far rispondere al telefonino un cane o un gatto diventa piuttosto complicato. Allora, che cos’è questo pet smartphone per ritrovare il cane smarrito con il cellulare?

Si tratta di un dispositivo messo a punto dalla start-up italiana Kippy, una nuova società che sviluppa dispositivi digitali per localizzare e tenere sotto controllo l’attività di un animale domestico, in partnership con Net Insurance. Quest’ultima, come il nome può suggerire, si occupa di assicurazioni digitali. Insieme hanno lanciato il pet smartphone Kippy Evo sui canali dell’assicurazione. La tecnologia è stata sviluppata in collaborazione con l’Università di Bologna e con il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano.

In pratica, si tratta di un localizzatore Gps che si può attaccare ad ogni tipo di collare e che consente di rintracciare il cane o il gatto quando sono spariti dall’occhio del padrone. Un’evoluzione dei dispositivi simili già esistenti sul mercato, con nuove funzionalità.

Pet smartphone: le caratteristiche
Le dimensioni del pet smartphone per ritrovare il cane smarrito sono 3,7 x 5,5 x 2,2 centimetri e pesa appena 34 grammi. Contiene dei chip WiFi, Bluetooth e Gps in modo da essere raggiungibile con il cellulare.

Oltre al Gps, l’apparecchio sfrutta le tecnologie Glonass, cioè il sistema satellitare globale russo di navigazione, e Lbs, vale a dire un sistema di controllo che triangola le celle telefoniche.

All’interno del dispositivo ci sono anche un accelerometro e un giroscopio per controllare i movimenti dell’animale. Resiste all’acqua per una trentina di metri a patto che il cane o il gatto restino sopra il metro di profondità e non vadano più giù. Ha un telaio in Abs in modo da garantire maggiore solidità.

L’autonomia del pet smartphone è di 10 giorni.

Pet smartphone: come funziona?
Il dispositivo che ti permette di ritrovare un cane smarrito con il cellulare funziona grazie ad un’app disponibile per iOS e per Android. Una volta scaricata ed attivata, è possibile creare una sorta di recinto virtuale all’interno del quale devono restare il cane o il gatto. Se l’animale esce da quest’area, ricevi una notifica sul telefonino. Volendo, puoi anche accendere a distanza una torcia per rintracciare il tuo amico anche al buio.

Altra funzione di cui è dotato l’apparecchio è l’Activity Tracking: consente di monitorare lo stato di salute del cane o del gatto e di evitare, in questo modo, di spendere soldi dal veterinario quando non serve. Ma anche di controllare le ore di corsa, di gioco o di sonno dell’animale e la distanza che percorre quando va a passeggio.

Pet smartphone: quanto costa?
Il costo del pet smartphone creato per rintracciare il cane smarrito con il cellulare è di 69 euro. A parte, si pagano i servizi a seconda di ciò che si vuole, cioè:
·l’opzione Basic costa 7,99 euro al mese per avere 10mila localizzazioni;
·l’opzione Premium costa 4,99 euro al mese o 59,99 euro all’anno per avere un numero illimitato di localizzazioni;
·l’opzione Ultimate costa 99,99 euro per due anni o 4,16 euro al mese per il biennio per avere un numero illimitato di localizzazioni ed un customer care di secondo livello con operatore dedicato.

Il primo prodotto distribuito da Net Insurance con la tecnologia Kippy Evo si chiama «IoT Assicuro 4 zampe», sul mercato presso gli sportelli della Banca Popolare di Puglia e Basilicata.

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