Tra futuro e nostalgia: col nuovo razr Motorola scommette sullo smartphone pieghevole

Un nome storico della telefonia ripropone il suo dispositivo più famoso, in una versione riveduta e aggiornata alle ultime tecnologie. Arriva a dicembre a un prezzo da top di gamma

A pensarci bene, era logico: chi meglio di Motorola poteva reinventare il telefono pieghevole? Specie se lo aveva già proposto almeno due volte, con grande successo, prima come StartTac poi come RAZR. E ora, dopo diverse anticipazioni, eccolo di nuovo: si chiama ancora razr (minuscolo, però), ed è il primo smartphone a conchiglia realizzato con un display completamente flessibile, regalando un’esperienza d’uso familiare e insieme del tutto inedita.

Nelle fasi di ricerca e sviluppo, Motorola ha ideato e collaudato oltre 20 differenti prototipi. «Abbiamo verificato che il design a conchiglia, che tutti conosciamo e apprezziamo, è la soluzione perfetta per soddisfare un’esigenza fondamentale, la portabilità, senza compromettere però l’esperienza dei display di grandi dimensioni a cui le persone attribuiscono molta importanza», spiega l’azienda.

Lo smartphone, costruito con acciaio inossidabile e vetro 3D Gorilla Glass, ha un guscio esterno protettivo e resistente ma piacevole al tatto, grazie ai materiali selezionati. Come il RAZR originale, il nuovo Motorola razr è sottile ed elegante, non presenta contrasti di colori né di materiali ma ha un design lineare e raffinato.

La cerniera, come sempre per i telefoni pieghevoli, è oggetto di grandi attenzioni. Motorola può contare sull’esperienza dei portatili Yoga della casa madre, Lenovo, e così ha sviluppato e brevettato la prima cerniera zero-gap.

Grazie a questa innovazione, entrambi i lati del display flessibile rimangono perfettamente a filo quando il telefono è chiuso, proteggendo lo schermo da polvere e impurità (che tanti problemi, e non solo di immagine, hanno creato al Galaxy Fold di Samsung). E anche per questo il nuovo smartphone è resistente all’acqua. L’antenna è stata ridisegnata per essere inserita in uno spazio due volte più piccolo rispetto a quello degli smartphone attuali.

Così, mentre gli smartphone diventano sempre più grandi, razr è compatto. Il display Flex View da 6,2″, con rapporto 21:9, offre uno schermo ampio, ma basta chiuderlo per avere un apparecchio dalle dimensioni perfette da tenere in tasca.

Sul display Quick View interattivo esterno da 2,7″ è possibile interagire con le informazioni importanti anche in movimento restando connessi senza doversi fermare. Si può usarlo per chiamare, rispondere ai messaggi, effettuare pagamenti, ascoltare musica, scattare selfie, avviare Google Assistant e accedere a comandi personalizzati, come attivare o disattivare Bluetooth, Wi-Fi, Hotspot e molto altro ancora, tutto senza dover aprire il telefono. E per terminare una conversazione torneremo a un gesto naturale e spontaneo: basterà un flip del telefono.

Il nuovo Motorola razr sarà in vendita in alcuni Paesi europei selezionati a partire da dicembre. In Italia razr sarà disponibile in prevendita dal 4 dicembre, a un prezzo da vero top di gamma: 1.599 euro.

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FreeBuds 3, la prova delle cuffie bluetooth di Huawei

Abbiamo testato per un paio di settimane i nuovi auricolari open-ear dell’azienda cinese e la loro funzione di riduzione del rumore. Sono una buona alternativa alle AirPods di Apple per tutti gli utenti Android.

La settimana scorsa Huawei ha lanciato ufficialmente in Italia le FreeBuds 3, terza generazione delle sue cuffie senza fili ispirate allo stile delle AirPods di Apple. Questa versione degli auricolari Bluetooth introduce una nuova funzione per la cancellazione del rumore (che noi preferiamo chiamare riduzione), un sistema di microfoni antivento e un meccanismo di collegamento rapido tramite Bluetooth abilitato su tutti gli ultimi smartphone del marchio cinese dotati della EMUI 10, come i P30 Pro aggiornati a settembre o il Nova 5T. Tutte le caratteristiche avanzate delle FreeBuds 3 sono rese possibili dal Kirin A1, il chip dedicato che tra le altre cose abilita un livello superiore di compatibilità con tutto l’ecosistema dei prodotti Huawei, in primis gli smartphone e i computer.

Il design
Le FreeBuds 3 assomigliano moltissimo alle AirPods di Apple, tanto che a un occhio meno esperto sono probabilmente quasi indistinguibili: la forma è simile e così anche il concetto di fondo. Ed è un bene, però, perché le nuove cuffie di Huawei colmano un vuoto e sono le prime cuffie che possano rappresentare a nostro parere una vera alternativa alle AirPods per il pubblico Android, soprattutto per chi le vuole utilizzare come auricolari telefonici. Sono inoltre disponibili anche in nero, un’opzione cromatica non disponibile per le cuffiette dell’azienda di Cupertino.

La forma delle FreeBuds 3 e il loro peso ridotto (4,5g l’una) le rendono quasi impercettibili una volta indossate. L’unico elemento estetico che non ci ha convinto fino in fondo è la lunghezza dello stelo, che protrude dall’orecchio in maniera abbastanza vistosa (più di quanto non facciano le AirPods di Apple). Un compromesso estetico che si accetta volentieri, però, visto che la dimensione delle cuffie è funzionale alla presenza di un sistema per la riduzione del rumore del vento sui microfoni che migliora nettamente la qualità delle chiamate.

Riduzione del rumore e funzionamento
Se altri marchi come Sony o Jabra offrono già tutti ottime alternative alle AirPods, si tratta quasi sempre di cuffiette con design in-ear o comunque closed ear (cioè con gommini che chiudono il canale uditivo per limitare il rumore in ingresso). Le FreeBuds 3, invece, mantengono il design open ear o open-fit: ne guadagnano in comodità e sono molto più facili da pulire. 

Nonostante questo design, Huawei è riuscita a implementare sulle nuove cuffie un sistema di “cancellazione del rumore”. Le virgolette sono necessarie perché la definizione è utilizzata un po’ a sproposito: quando si indossano le FreeBuds 3 e si attiva il sistema di ANC (Active Noise Canceling) i rumori esterni non vengono affatto schermati a meno che non si avvii la riproduzione della musica. In altre parole le nuove cuffie di Huawei non si possono utilizzare come auricolari silenziosi per schermare il chiacchiericcio dei colleghi o il rombo dei motori di un aereo. 

Sarebbe dunque più corretta la definizione “riduzione del rumore”: con la musica accesa o durante una chiamata, infatti, le FreeBuds 3 riescono a limitare efficacemente i disturbi esterni e a migliorare la qualità acustica sia della riproduzione musicale sia della voce dell’interlocutore. Dato il tipo di design “aperto” dell’auricolare, è comunque un risultato impressionante, ma ben lontano da quello che riescono a fare gli auricolari closed ear, o le cuffie con design sovraurale e circumaurale. 

La riduzione del rumore si può attivare con un doppio tocco sulla cuffia sinistra una volta indossata, oppure si può regolare dall’applicazione Huawei AI Life per Android. L’app si scarica gratuitamente da Play Store o da Huawei App Gallery e permette anche di impostare i comandi touch sulle cuffie e di verificarne lo stato di carica. 

Buona la velocità di connessione tramite Bluetooth e soprattutto la velocità di riconnessione ma solo su dispositivi Android. Con gli smartphone Huawei P30 Pro e Xiaomi Note 10 non abbiamo avuto alcun problema nell’uso quotidiano, mentre su iPhone 11 Pro Max le FreeBuds 3 a volte faticano a ricollegarsi, oppure si collega un solo auricolare e l’altro rimane spento (per risolvere il problema bisogna riavviare il Bluetooth dalle impostazioni). Sono dunque ottime per gli utenti Android, mentre su iPhone riteniamo che l’esperienza d’uso delle AirPods rimanga ancora imbattuta. 

Qualità audio
La qualità audio delle FreeBuds 3 è più che soddisfacente, soprattutto in relazione al prezzo (179€). La gamma dinamica è ampia, e va da bassi abbastanza pieni a toni alti che si distinguono con chiarezza ma senza alcuna distorsione. C’è un problema, però: quando si riproduce la musica al massimo del volume le cuffie di Huawei disperdono il suono all’esterno in maniera eccessiva, abbastanza da infastidire chi siede nella stessa stanza. Lo abbiamo scoperto nostro malgrado in ufficio, grazie alle rimostranze della dirimpettaia di scrivania. Scordatevi dunque di ascoltare Ace of Spades dei Mötorhead al massimo volume in aereo o in treno senza che qualcuno venga a lamentarsi con voi per il frastuono che proviene dalle vostre orecchie.

Buona. Gli auricolari si ricaricano inserendoli nella custodia, che si può ricaricare a sua volta tramite cavo USB-C oppure appoggiandola su un tappetino wireless. Chi ha un Huawei P30 Pro può utilizzare anche la ricarica inversa appoggiando la custodia sulla scocca posteriore dello smartphone. 

Conclusioni
Le Huawei FreeBuds 3 sono una buona alternativa all’offerta di pari fascia dei principali marchi di cuffie attivi sul mercato. Offrono funzioni avanzate di riduzione del rumore (ma non di cancellazione, come suggeriscono i claim di Huawei) durante le chiamate e mentre si riproduce la musica. Nel complesso sono un prodotto ben progettato e convincente, che si propone come valida alternativa alle AirPods per il pubblico Android. Peccato solo per alcuni aspetti che si sarebbero potuti migliorare, come la dispersione dell’audio all’esterno. Il giudizio complessivo è positivo. Soprattutto perché a 179€, il prezzo consigliato, è difficile trovare cuffie di questo tipo che offrano le stesse funzioni e una qualità audio comparabile. 

Non ci sentiamo di consigliare le FreeBuds 3 a chi possiede un iPhone ma crediamo che le ultime cuffie senza fili di Huawei siano un regalo di Natale adatto a chiunque usi uno smartphone Android, in particolare uno dei modelli più recenti del produttore di Shenzhen. 

Le FreeBuds 3 si trovano nei negozi di elettronica, su Amazon oppure sullo Store online di Huawei. Fino al 2 dicembre con l’acquisto delle cuffie Huawei offrirà in omaggio anche il tappetino di ricarica Huawei Wireless Charger. 

Huawei FreeBuds 3: i pro
Qualità audio molto buona

Comode da portare, sono leggere e si adattano all’orecchio molto bene

Ottimo rapporto qualità prezzo

Buona durata della batteria rispetto alla concorrenza

Perfette per chi parla molto al telefono

Huawei FreeBuds 3: i contro
Non cancellano il rumore ma al massimo lo riducono, solo quando si ascolta musica o si parla al telefono

Il collegamento Bluetooth non è sempre stabile e immediato su iPhone

Quando si produce la musica la dispersione dell’audio all’esterno può infastidire chi ci sta vicino

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La pubblicità, i telefoni che ci spiano e come difendersi

Perché vediamo online i banner di un paio di scarpe di cui abbiamo parlato con un amico o cui magari abbiamo solo pensato? Ecco come fanno le aziende a sapere tutto di noi e qualche consiglio per salvare quel che resta della nostra privacy.

Almeno una volta, è capitato a tutti: cerchiamo qualcosa su Internet, e le pubblicità di quel qualcosa ci inseguono su qualsiasi sito che visitiamo nelle settimane successive, ovviamente su Amazon, ma pure su Facebook e Instagram. Di più: chiacchieriamo con un amico di qualcosa che vorremmo comprare, o che semplicemente ci incuriosisce, e di nuovo ritroviamo inserzioni di quel qualcosa dappertutto sulla Rete. Ancora: pensiamo a qualcosa che desideriamo e vediamo banner che ce la propongono ovunque navighiamo.

Succede, e succede spesso (tranne il terzo punto, che sfiora la fantascienza), tanto da spingere molti a domandarsi non solo come sia possibile, ma anche se i nostri smartphone e computer siano in grado di spiarci, guardarci, ascoltarci a nostra insaputa. O addirittura leggerci nel pensiero.

Il dubbio torna ciclicamente, non solo nelle persone comuni, ma pure nei governanti, tanto che l’anno scorso, sulla scia dello scandalo Cambridge Analytica, il Senato americano ha chiesto al co-fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, se il social network sia in grado di spiarci attraverso i microfoni dei telefonini. Lui ha risposto di no, che di per sé non vuol dire molto (non sarebbe la prima volta che uno dei colossi della Rete mente a un governo), se non per il fatto che è la stessa risposta cui sono giunti alcuni esperimenti condotti anche di recente.

Come quello di Wandera, una società che si occupa di cybersicurezza proprio sui dispositivi mobili: hanno messo due smartphone (Apple e Android) prima in una stanza in cui si sentivano pubblicità di cibo per animali e poi in una silenziosa, rilevando che la quantità di dati in entrata e uscita dagli apparecchi era pressoché identica. E pure bassissima, soprattutto se confrontata con quella che passa dai telefonini quando usiamo la voce per interfacciarci con gli assistenti virtuali come Siri e Google Assistant: insomma, se dal nostro smartphone venissero inviate registrazioni verso chissà quale server nascosto chissà dove, questo trasferimento di dati dovrebbe essere percepibile.

Anch’io ho fatto una sorta di esperimento: per qualche sera, ho camminato in casa dicendo ad alta voce che «vorrei proprio comprare una moto d’acqua, chissà quanto costa e chissà dove la potrei trovare» (e anche chissà che cosa penseranno i vicini, a questo punto), lasciando il telefono sbloccato vicino a me; poi ho fatto le stesse domande al mio Google Home, che mi ha ovviamente suggerito un paio di posti dove acquistare una moto d’acqua e pure informato sui prezzi. E però, nei giorni successivi, nessun banner, nessuna pubblicità online, nessun “suggerimento” su Amazon per spingermi a comprarla davvero, una moto d’acqua.

I nostri telefonini non ci spiano, dunque? David Gubiani, responsabile per il Sud Europa di Check Point Software, una compagnia israeliana attiva nella cybersecurity, la pensa diversamente: «Lo fanno eccome, ma per l’80% è colpa nostra, che installiamo app senza controllarne la provenienza, anche da negozi online non verificati, magari pure dando loro il permesso di accedere a microfono e fotocamera, senza leggere le condizioni che stiamo accettando». Il problema è che i moderni smartphone hanno in effetti tutto quello che serve per tenerci sotto controllo, dal microfono alle telecamere, al gps che traccia la nostra posizione in tempo reale; oltre al fatto che attraverso di loro passa tutta la nostra vita: «Conti in banca, immagini, mail, contratti, chat che dimostrano che stiamo tradendo il nostro partner – ha ricordato Gubiani – e però la prima cosa cui pensiamo quando ne compriamo uno nuovo è quale cover sc

Sì, ma allora come fanno?
Comunque, il punto non è se analisti e pubblicitari registrano le nostre conversazioni di nascosto per conoscere tutto di noi: sanno talmente tanto che non hanno bisogno di registrare le nostre conversazioni di nascosto. Ma come fanno le aziende a sapere cosa pensiamo di comprare? Come fa Facebook a conoscere quale modello di Nike vorremmo e proporcelo in un banner? Come fa Amazon a consigliarci esattamente quel televisore di cui abbiamo parlato con un collega? Escludendo le app malevole, create appositamente per rubare le nostre informazioni, ci riescono controllando quello che facciamo online e nel mondo reale, in modi più o meno leciti e più o meno trasparenti.

Innanzi tutto, con i cookie, quei file di testo che abbiamo imparato ad accettare ogni volta che navighiamo: nella versione più semplice tengono traccia delle nostre preferenze per un determinato sito (è grazie ai cookie che nei risultati di ricerca su Google i link alle pagine già visitate sono colorati di viola invece che di blu, per esempio), ma possono arrivare anche a contenere informazioni sulla nostra intera cronologia di navigazione.

Poi, con la funzione “login con…”: quando accediamo a un sito non creando una password specifica per registrarci, ma usando il nostro account su Facebook o Google, spesso quel sito ottiene così anche informazioni sulla nostra mail, magari sulla nostra posizione nel mondo, sui nostri amici e contatti sui social network. Ed è così che inizia la “profilazione”: per esempio, un negozio online, oltre a tenere traccia (attraverso i cookie) di cosa facciamo sulle sue pagine, dei prodotti che guardiamo, mettiamo nel carrello e poi non acquistiamo, viene anche a conoscenza, grazie a “login con…”, del nostro nickname sui social, di dove abitiamo e della nostra mail, così può poi mandarci o farci comparire comunicazioni mirate proprio su quegli oggetti che potrebbero interessarci.

Infine, con il cosiddetto “Facebook Pixel”, una parte minuscola delle pagine di tantissimi siti di tutti i tipi e di tutto il mondo, che insieme con i più evidenti pulsanti “like” e “condividi” permette al social network di Zuckerberg di tener traccia di quello che facciamo online, anche seguendoci da un sito all’altro: quali articoli leggiamo, quali video guardiamo, su quali immagini clicchiamo, quali argomenti ci interessano e così via. Tutto questo viene usato per tracciare il nostro identikit di consumatori, che poi si traduce in pubblicità incredibilmente precise non solo su Facebook, ma pure su Instagram (che a Facebook appartiene).

Nel mondo reale la sorveglianza si concretizza soprattutto attraverso il rilevamento della nostra posizione (grazie al gps dello smartphone), che permette di sapere dove abitiamo, come ci spostiamo nel tragitto casa-lavoro, quali negozi abbiamo vicino e così via. Questo, di nuovo, fa sì che i banner magari riguardino proprio quel negozio cui passiamo sempre davanti prima di entrare in ufficio. Inoltre, la lista degli amici: Facebook sa con quali persone interagiamo più spesso online e suppone che questo avvenga anche offline. Così, se un nostro contatto è un grande fan di una serie tv, ne scrive spesso, magari ne parla con noi, è possibile che anche a noi spuntino pubblicità di quella serie o del canale di streaming che la trasmette. Anche se online non l’abbiamo mai cercata.

Il “confirmation bias”
Tutto questo, come diceva Gubiani, è anche colpa nostra, anche in modo inconscio: quando scorriamo le pagine web sul cellulare, magari distratti da altro, perché aspettiamo l’autobus, siamo in metropolitana, guardiamo la tv, non prestiamo realmente attenzione a tutto quello che vediamo. Invece, la nostra mente tende a notare quello che ci interessa davvero. Come la pubblicità di quelle scarpe che vorremmo o di cui un’amica ci aveva parlato un paio di sere prima. È un meccanismo psicologico noto: i medici lo chiamano “pregiudizio di conferma” (in inglese, “confirmation bias”) e se ne trova dimostrazione soprattutto nel comportamento dei cosiddetti complottisti, che fra tutte le informazioni in cui si imbattono tenderanno a prendere per vere quelle che sostengono le loro teorie e invece a scartare quelle che le mettono in discussione. I pubblicitari conoscono bene questa debolezza dell’animo umano, la combinano con tutte le informazioni in loro possesso e la sfruttano a loro vantaggio.

Quattro modi per difendere privacy e libertà di scelta
Per tutelarci, qualche possibilità l’abbiamo: alcune ci arrivano dalla tecnologia, altre dobbiamo trovarle dentro di noi, cambiando il nostro modo di agire online (e pure offline, eventualmente decidendo di attivare il gps dello smartphone solo quando è necessario).

Innanzi tutto, conoscere bene i siti su cui navighiamo: Chrome, il browser di Google, mette a disposizione un’estensione chiamata Facebook Pixel Helper (si può installare cliccando qui) che ci informa se su quella pagina sono presenti i Facebook Pixel, così che possiamo decidere come agire su quel sito, dove cliccare e dove no. O se visitarlo con la modalità “In incognito”, disponibile sui browser più diffusi.

Poi, limitare il più possibile o comunque migliorare l’uso della funzione “login con…“: creare una password specifica per ogni sito che chiede di autenticarsi inibisce una delle principali fonti di approvvigionamento di informazioni di analisti e pubblicitari. Se non si ha tempo e non si può fare a meno di accedere con il profilo di Facebook o Google, allora meglio controllare quali informazioni stiamo cedendo: basta un clic per scoprirlo (immagine qui sotto), ed eventualmente deselezionare quelle superflue. Ché certi siti se le prenderebbero anche tutte, se non glielo impedissimo.

Ancora, tornando a quello che installiamo sullo smartphone senza prestare troppa attenzione, Gubiani ci ha ricordato che «esistono molte app (quella di Check Point si chiama ZoneAlarm, ndr), che per pochi euro possono controllare l’affidabilità e l’eventuale pericolosità di un programma prima che venga scaricato sul telefonino».

Infine, il buon senso: «Meglio non scaricare nulla se non dalle piattaforme autorizzate (Play Store per Android e App Store per Apple, ndr) – è la raccomandazione di Gubiani – E se un’app rifiuta di attivarsi a meno che le vengano concessi tutti i permessi di accesso… è un chiaro segnale che sarebbe meglio cestinarla». In generale, insomma, «comportiamoci con la tecnologia come facciamo con gli esseri umani: la nostra fiducia va guadagnata, non concessa al primo che passa».

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Samsung potrebbe abbandonare la produzione dei chip Exynos

Il colosso sudcoreano ha annunciato una serie di licenziamenti che colpiranno il team della divisione di ricerca sulla CPU.

Nel centro di ricerca di Austin (in Texas) e nell’advanced computer lab di San Jose (in california) Samsung aveva creato la sua divisione di ricerca sulla CPU. Il team era al lavoro sui nuclei elaborativi dei suoi System on a chip Exynos. Si tratta dei chip montati nella linea di smartphone Galaxy (sia di fascia alta che di fascia media). Il colosso sudcoreano ha annunciato una serie di licenziamenti che colpiranno tutto il team al lavoro: circa 290 persone. Una notizia che genera un velo di incertezza sul futuro del processore targato Samsung. 

Molto probabilmente non stiamo parlando della fine di Exynos. Samsung continuerà a montare i SoC nei suoi smartphone, solo che smetterà di produrli in casa. La prossima generazione di chip potrebbe essere realizzata con architetture ARM. La divisione che verrà soppressa era responsabile dello sviluppo dei core Mongoose che spesso Samsung utilizzava come alternativa a quelli realizzati dalla compagnia britannica ARM Holding. Come nota Talk Android, i chip Exynos raramente riescono a battere quelli realizzati da Qualcomm: sia per prestazioni che per durata della batteria. Exynos però, potrebbe montare i nuclei Cortex – A76 e A77 e la performance potrebbe migliorare. 

Allo stesso tempo, Samsung ha da poco stretto un accordo con AMD per l’integrazione delle sue soluzioni grafiche all’interno dei propri System on a chip. E anche per questo motivo è molto improbabile che il progetto Exynos sa vicino alla fine. Infine, poche settimane fa Samsung ha annunciato una nuova coppia di SoC: Exynos 980 creato per la fascia media e Exynos 990 pensato per quella alta. Molto probabilmente, saranno gli ultimi processori creati in casa. Prima di fare supposizioni sensate però, è necessario guardare con attenzione le prossime mosse del colosso di Seul.

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A che punto siamo con le intelligenze artificiali che (non) percepiscono le emozioni?

Un’azienda americana ha raccolto le immagini di oltre 5 milioni di facce e le usa per insegnare alle macchine a capire gli umani. Si può fare? Lo abbiamo chiesto ad Alessandra Sciutti, ricercatrice dell’Iit di Genova.

Nel 1968, lo scrittore Philip Dick si (ci) domandava se «gli androidi sognano pecore elettriche», immaginando che i robot, come gli umani, abbiano un’attività cerebrale anche inconscia: questo (quello che raccontava Dick) lo sappiamo. Alle soglie del 2020, quello che non sappiamo è se esista un’altra faccia della medaglia, ovvero se gli automi e le macchine siano capaci di percepirla, quest’attività cerebrale inconscia. Cioè: le intelligenze artificiali sono in grado di capire i sentimenti e le emozioni umane?

I primi approcci al tema risalgono all’inizio degli anni Duemila e si devono all’industria dell’automobile: nel 2001, la Toyota svelò al Motor Show di Tokyo la Pod, il prototipo di una vetturetta da città in grado di cambiare colore dentro e fuori per riflettere le emozioni del guidatore. Nella teoria, molto fantascientifico. Nella pratica, più semplicemente, l’auto usava sensori per monitorare gli occhi del conducente, ne analizzava lo stile e le abitudini di guida (presa sul volante, posizione del piede sull’acceleratore, intensità delle frenate e così via) e accendeva o spegneva di conseguenza alcuni led colorati: toni del rosso in caso di comportamento “aggressivo”, sfumature di verde e giallo in relazione a un atteggiamento più tranquillo. Era un approccio primitivo, ancora non si parlava di intelligenza artificiale, ma era comunque un inizio.

C’era un database con 5 milioni di facce
Da allora di strada se n’è fatta, e parecchia. Nel mondo, sono al momento 2 le aziende impegnate nel capire se sia possibile (e come) fare riconoscere ai robot quello che provano gli umani, un business che secondo gli analisti ha attualmente un valore di mercato di circa 12 miliardi di dollari, che potrebbero superare i 90 (miliardi) entro i prossimi 5 anni: sono l’americana Affectiva (nata all’interno del Mit di Boston) e la giapponese Empath.

Lavorano come lavorano più o meno tutte le compagnie che si occupano di I.A.: raccolgono dati e poi li usano per nutrire, allenare, migliorare le intelligenze artificiali. E di dati ne raccolgono una quantità impressionante: Affectiva, che si vanta di avere «il più grande database di emozioni», ha immagazzinato quasi 40 mila ore di video di oltre 5 milioni di facce, catturate riprendendo le persone nelle situazioni più disparate, mentre guidano, guardano un film, un cartellone pubblicitario, vagano in un negozio o sono a passeggio. Che se ne fa? Le usa appunto per addestrare i computer a capire gli umani: il sorriso è felicità, le labbra in giù sono tristezza, gli occhi socchiusi sono rabbia, la bocca spalancata è sorpresa e così via.

A che cosa serve, tutto questo? Nel mondo dell’auto, e nello specifico per le ormai tantissime vetture che sono in grado di muoversi da sole, a capire come sta il conducente, se è stanco, ha sonno, è arrabbiato e dunque potrebbe essere imprudente, se è (troppo) rilassato, per poi agire di conseguenza. Più in generale, serve a migliorare le interazioni uomo-macchina. Non (solo) oggi, ma soprattutto domani, quando avremo a che fare con intelligenze artificiali non solo a casa, negli assistenti vocali, ma magari su un taxi a guida autonoma, nell’ascensore di un palazzo, nel commesso di un centro commerciale, nel cameriere di un ristorante: l’idea è che se il robot capisce che cosa prova la persona che ha di fronte (o di fianco, accanto, seduta dietro), allora è in grado di offrire un servizio migliore. E anche di sembrare più… umano.

Funziona? Sì, no, forse: dipende a chi lo si chiede. Secondo i report di Affectiva ed Empath, non ancora, ma funzionerà presto. Secondo la comunità scientifica, non tanto presto. O forse mai. Uno studio pubblicato a luglio 2019 e firmato da 5 diversi professori di diverse università e con differenti specializzazioni (dalla psicologia alle scienze umane, all’ingegneria), che hanno studiato e analizzato un migliaio di documenti pubblicati sull’argomento, ha concluso che l’animo umano è troppo complesso perché le macchine siano in grado di capirlo: «I nostri sentimenti non sono solo un sopracciglio che si alza, una lacrima che scende, un sorriso – ha chiarito nel testo la dottoressa Lisa Feldman Barrett, docente di Psicologia alla Northeastern University di Boston – Le emozioni non sono solo nel viso, quello che si vede lì è solo l’effetto finale di una cascata di cambiamenti interiori». Insomma: analizzare solo gli occhi, o solo gli occhi e la bocca, o solo gli occhi, la bocca e il battito del cuore (sì, viene considerato pure questo) non sarebbe sufficiente per capire davvero un essere umano.

L’Iit: «I robot dovranno capire anche il contesto»
Più o meno così la pensa anche Alessandra Sciutti, ricercatrice dell’Istituto italiano di Tecnologia di Genova, dove è a capo del laboratorio Contact: «Il legame tra espressioni facciali e stato emotivo è molto più elusivo di quanto si creda. Sono molti i fattori, tra cui in particolare il contesto, che possono influenzare l’espressione adottata da una persona a parità di emozione provata. Per quanto sia possibile riconoscere accuratamente differenti espressioni e movimenti del viso, questo non garantisce automaticamente la comprensione dello stato emotivo della persona».

E però, come ci spiega la Sciutti, che nel 2018 ha vinto un fondo europeo Erc proprio per proseguire le ricerche nel campo dell’interazione uomo-robot, «in futuro, approfondendo le diverse teorie e includendo nell’analisi anche gli aspetti contestuali e culturali, possiamo auspicare di avere macchine che siano in grado di comprenderci più a fondo. Per esempio, avere un robot in grado di comprendere se qualcosa che ha fatto ci ha infastidito o ci ha fatto innervosire, garantisce un’interazione più fruttuosa ed efficace e la possibilità per la macchina di correggersi più rapidamente e fare procedere meglio il lavoro in comune». È questo l’obiettivo più facilmente raggiungibile rispetto a un riconoscitore “universale” di emozioni, perché «si parte dal presupposto che si possano conoscere e definire gli aspetti contestuali e culturali di una specifica collaborazione, in modo da avere basi sufficienti per comprendere le reazioni (come espressioni facciali e comportamenti non verbali) della persona».

Serve tempo, insomma. Del resto, qualche anno fa si pensava che fosse impossibile fare guidare le macchine da sole, farci chiacchierare con un soprammobile per avere le previsioni del tempo, sapere le ultime notizie, correggere i compiti dei nostri figli o farci servire una birra da un cameriere robot. E invece tutto questo è successo. Perché se è vero che gli essere umani sono imprevedibili, lo sono evidentemente pure le macchine…

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Motorola Razr, ecco le prime immagini dello smartphone pieghevole

Lo smartphone flessibile a conchiglia, ispirato allo storico modello del marchio di Lenovo, verrà annunciato ufficialmente il prossimo 13 novembre, ma sul web sono già comparse le prime foto spia.

A poco meno di due settimane dal lancio, che dovrebbe avvenire il prossimo 13 novembre in California, il Motorola Razr con schermo pieghevole è stato svelato da alcune immagini promozionali svelate anzitempo sul web. Il nuovo foldable riprenderà in maniera abbastanza fedele il design dello storico modello a conchiglia, il Razr V3i, con l’aggiunta però di un secondo schermo esterno su cui si potranno visualizzare le notifiche. Bordi e angoli sono un po’ più smussati rispetto all’originale e lo spessore potrebbe essere sensibilmente maggiore per riuscire ad accomodare la cerniera dello schermo.

Mancano ancora conferme più precise sulle specifiche tecniche, ma le ultime indiscrezioni descrivono un dispositivo con prestazioni di fascia media: il processore dovrebbe essere infatti uno Snapdragon 710, con 4 o 6GB di memoria RAM in accoppiata con 64GB o 128GB di spazio di archiviazione. La batteria da 2730 mAh non promette bene in termini di autonomia, ma la ricarica rapida TurboPower da 27W dovrebbe sopperire in parte al problema. 

Lo schermo principale flessibile, quando aperto, dovrebbe avere una diagonale di 6,2”. Una volta chiuso a conchiglia il dispositivo sarà invece largo più o meno come uno smartphone di grandi dimensioni (come un Pixel 4 XL o un iPhone 11 Pro Max) ma decisamente più corto e più spesso. 

Dalle immagini spia, tutte svelate nelle scorse ore dal profilo twitter di Evan @evleaks Blass, si nota almeno un’altra caratteristica peculiare: sulla scocca frontale del nuovo Razr c’è un bottone che mancava sul modello originale. Dalla foto non è chiaro ancora a cosa serva, ma potrebbe essere un meccanismo per l’apertura dello schermo pieghevole o più probabilmente un lettore di impronte per lo sblocco del dispositivo. 

Anche sul prezzo finale del nuovo Razr non ci sono informazioni precise, ma secondo le indiscrezioni più accreditate l’idea di Motorola è di non superare i 1500€, almeno per la versione base del dispositivo. A fronte di un prezzo che posiziona questo foldable alla pari dei modelli di iPhone più costosi, sarà interessante capire la risposta dei consumatori. 

Esclusa la solita cerchia di entusiasti tecnologici è difficile ipotizzare che il nuovo Razr possa affermarsi come un prodotto di largo consumo, a differenza dello storico modello da cui eredita il nome e il blasone. Tuttavia, a differenza dei dispositivi di Samsung e Huawei, di cui ormai si sente parlare ben poco a causa del prezzo esorbitante e dei pochi mercati in cui sono disponibili, il Razr sarà probabilmente il primo dispositivo a testare sul campo la risposta del mercato europeo ai nuovi fattori di forma degli smartphone, offrendo per altro una soluzione (originale ma comunque costosa) all’annoso problema delle dimensioni pachidermiche degli smartphone. 

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Leica presenta la fotocamera mirrorless SL2

La casa di Wetzlar ha lanciato una nuova fotocamera full-frame della serie SL, inaugurata quattro anni fa. È un gioiello per gli appassionati del marchio e i fotografi, ma strizza l’occhio anche ai cineasti.

Leica ha presentato oggi la fotocamera mirrorless a pieno formato SL2. È la seconda incarnazione della serie SL, inaugurata quattro anni fa. Il design rimane simile al modello precedente ma gli angoli sono stati leggermente smussati e le curve addolcite, pur mantenendo immutato lo stile Leica. La differenza estetica più evidente è sul retro, dove la SL introduce il sistema di controllo a tre tasti già visto sulla Q2. Lo scopo è di portare anche sulla mirrorless di fascia più alta la stessa esperienza d’uso che gli appassionati hanno imparato a conoscere e apprezzare sugli altri modelli del marchio tedesco.

Rispetto alla SL, sulla SL2 migliora anche la protezione della scocca esterna, tanto che la nuova mirrorless ha guadagnato la certificazione IP54 contro polvere e agenti atmosferici.

Le novità più interessanti si trovano però all’interno della fotocamera. Il sensore è un CMOS da 47 Megapixel stabilizzato direttamente nel corpo macchina (ottima soluzione per facilitare l’uso con obiettivi privi di stabilizzazione) montato su un sistema flottante. Grazie a questa soluzione Leica è riuscita ad abilitare una modalità “multiscatto” che registra fino a otto fotogrammi consecutivi spostando il sensore di mezzo pixel tra un’esposizione e l’altra. Il risultato (ottenibile solo con la macchina montata su un cavalletto) è un’immagine gigantesca con un risoluzione da 187 Megapixel e un livello altissimo di dettaglio fine.

Tutto nuovo anche il sistema di autofocus con Leica Object Detection che include il riconoscimento facciale per la messa a fuoco del soggetto umano. Leica SL2 è in grado inoltre di rilevare se il soggetto inquadrato è in movimento oppure è fermo, in modo da adattare in automatico le priorità e attivare sempre la funzione di scatto migliore.

Anche il mirino elettronico fa segnare un passo avanti: arriva a una risoluzione di 5,76MP e restituisce un’immagine dai colori e dell’illuminazione naturali durante la composizione dello scatto. Migliorato anche il display touch posteriore che si allarga fino a 3,2” e ha una risoluzione di 2,1 Megapixel. Completa il quadro delle specifiche tecniche il processore di immagine Maestro III che rende più rapido l’autofocus e riduce quasi a zero lo scatto dell’otturatore.

Leica SL2 è pensata in primis per i fotografi appassionati del marchio di Wetzlar, ma grazie alla resa delle riprese video piacerà sicuramente anche ai videomaker professionisti e ai cineasti. In modalità Cine 4K a 60 fps, la fotocamera diventa uno strumento di ripresa professionale, capace di indicare la sensibilità ASA, il tempo di posa (indicato in gradi sull’otturatore) e parametri T per l’apertura (anziché F, come in fotografia) per misurare la quantità di luce che arriva effettivamente sul sensore durante la ripresa. Sul lato della fotocamera c’è ora anche una presa HDMI per l’uscita video, assieme ai connettori per l’uscita audio e l’ingresso microfonico.

Leica SL2 sarà disponibile in Italia a partire dal prossimo 21 novembre, con un prezzo consigliato al pubblico di 6100€ per il solo corpo macchina. È un prezzo alto, che non include naturalmente gli obiettivi. Il prezzo per un sistema completo basato sulla SL2 è dunque nettamente maggiore rispetto alle mirrorless full-frame della concorrenza, che possono offrire specifiche tecniche per certi versi anche superiori. È tuttavia un prezzo perfettamente in linea con il peso del marchio tedesco che non stupirà (né allontanerà) gli appassionati Leica, cioè professionisti e appassionati che non comprano banalmente i prodotti dell’azienda di Wetzlar quanto un’intera “filosofia”, intesa come modo di intendere la fotografia e il lavoro fotografico.

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Apple controlla la metà del mercato smartwatch, seguono Samsung e Fitbit

Rispetto allo scorso anno, il mercato è cresciuto del 42 per cento nel terzo trimestre, raggiungendo i 14 milioni di unità.

Cresce a ritmo sostenuto il mercato mondiale degli smartwatch. Nel terzo trimestre le consegne sono aumentate del 42% su base annua, raggiungendo i 14 milioni di unità. Lo riferiscono i ricercatori di Strategy Analytics, secondo cui Apple ha consolidato la propria leadership nel settore. Tra luglio e settembre le consegne di Apple Watch hanno messo a segno un incremento del 51%, a quota 6,8 milioni di pezzi. Gli orologi della Mela detengono il 47,9% del mercato. “L’Apple Watch continua a respingere la forte concorrenza di rivali agguerriti come Samsung e Fitbit, detiene la metà del mercato e rimane leader indiscusso”, commenta l’analista Neil Mawston.

Al secondo posto c’è Samsung, che ha visto le consegne crescere del 73% a 1,9 milioni di unità. La compagnia coreana ha una market share del 13,4% e, secondo gli analisti, potrebbe consolidare la propria posizione durante l’ultimo trimestre grazie al Galaxy Watch Active 2. Chiude il podio Fitbit con 1,6 milioni di unità pari a un incremento del 7%. L’azienda perde quote di mercato, passando dal 15 all’11,3%. “La recente acquisizione di Fitbit da parte di Google sarà un sollievo per l’azienda, sottoposta alle crescenti pressioni concorrenziali di Apple, Samsung, Garmin, Huawei, Xiaomi e altri”, osserva Mawston. “La grande domanda adesso è cosa Google intenda fare con Fitbit”.

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La prima conferenza italiana degli sviluppatori Huawei a Milano il 26 novembre

L’appuntamento mira a rafforzare l’ecosistema dei servizi per dispositivi mobili della compagnia cinese, alle prese con la difficoltà di portare l’ecosistema Google sui suoi nuovi smartphone.

Arriva il primo Developer Day italiano di Huawei, una conferenza per gli sviluppatori in programma il 26 novembre a Milano. L’appuntamento mira a rafforzare anche in Italia l’ecosistema dei servizi per dispositivi mobili della compagnia cinese, alle prese con la difficoltà di portare l’ecosistema Google, comprese app popolari come Gmail e Mappe, sui suoi nuovi smartphone per via dell’iscrizione nella “lista nera” del commercio Usa voluta dall’Amministrazione Trump.

Huawei proprio nei giorni scorsi ha ribadito l’impegno a investire un miliardo di dollari nel suo Programma di incentivi agli sviluppatori. “Un momento di profondo cambiamento pone di fronte a noi infinite possibilità. Un futuro tutto da scrivere e un ecosistema di servizi e prodotti da creare assieme ai nostri partner”, si legge sul sito di Huawei dedicato alla giornata. “Il nostro mantra, ‘Make it Possible’, ci ha insegnato a trasformare l’impossibile in azioni concrete. Ora, con Huawei Mobile Services, vogliamo ancora una volta riscrivere le regole, cambiare lo status quo e creare valore per il mercato”.

Parlando al Web Summit di Lisbona, Huawei la settimana scorsa ha spiegato che Huawei Mobile Services – l’ecosistema alternativo alle app e servizi del Google Mobile Services – conta oltre un milione di sviluppatori. Il suo negozio di app per smartphone, chiamato AppGallery, ha raggiunto i 390 milioni di utenti attivi su base mensile, registrando 180 miliardi di download all’anno.

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Apple, è il giorno dei Pro: arrivano il nuovo MacBook e il nuovo Mac, i più potenti di sempre

Un computer portatile potentissimo, con display da 16 pollici e memoria fino a 8 TB e un modello desktop dedicato ai professionisti dell’immagine e non solo

Dopo molte anticipazioni e altrettante smentite, oggi a sorpresa Apple ha svelato il nuovo MacBook Pro 16″. Progettato per sviluppatori, fotografi, registi, scienziati, produttori musicali e tutti coloro che si affidano a un Mac per creare le loro migliori opere, il nuovo MacBook Pro ha un display Retina da 16″, i più recenti processori 8-core, fino a 64GB di memoria, grafica di prossima generazione con fino a 8GB di VRAM e un design con gestione termica innovativa: è il portatile della Mela più potente di sempre. 

“I nostri clienti pro desiderano un MacBook Pro con un display più grande, prestazioni ultra veloci, la maggiore autonomia possibile, la migliore tastiera per notebook, altoparlanti dal sound cristallino e un grande spazio di archiviazione; MacBook Pro 16″ offre tutto questo e molto di più,” ha dichiarato Tom Boger, Senior Director di Mac and iPad Product Marketing per Apple. “E’ il miglior notebook pro al mondo.” Il display Retina offre 500 nit di luminosità e supporta un’ampia gamma cromatica P3, misura 16 pollici in diagonale e ha una risoluzione di 3072×1920, con una densità di pixel di 226 ppi per un totale di quasi 6 milioni di pixel. Ogni display è calibrato singolarmente in fase di produzione per garantire la massima accuratezza di gamma, punto di bianco e colori primari.

Nuova tastiera
Apple si è finalmente sbarazzata della tastiera a farfalla dei portatili attuali, che ha creato molte polemiche nonostatne sia stata più volte sottoposta a revisioni e miglioramenti. MacBook Pro 16″ integra una nuova Magic Keyboard: il meccanismo a forbice riprogettato garantisce un’escursione dei tasti di 1 mm per un feeling più piacevole e stabile, mentre la cupola di gomma progettata da Apple immagazzina più energia potenziale per una reattività superiore alla pressione. Secondo Apple, “la tastiera di MacBook Pro 16″ offre un’esperienza confortevole, soddisfacente e silenziosa grazie a vaste ricerche e studi focalizzati sui fattori umani e sul design dei tasti”. La nuova Magic Keyboard è inoltre dotata di un tasto Esc fisico e di un layout a “T” rovesciata per i tasti freccia, oltre a Touch Bar e Touch ID.

Processori potenti e grafica da record 
Per attività quali compilazione di codice, editing di video multi camera o animazioni in 3D, MacBook Pro offre portatilità e potenza di elaborazione di livello pro. Integra infatti i più recenti processori 6-core e 8-core di nona generazione, con velocità TurboBoost fino a 5GHz, per garantire prestazioni fino a 2,1 volte più scattanti rispetto a MacBook Pro 15″ quad-core. Offre inoltre fino a 64GB di memoria ancora più veloce.

Il nuovo portatile professionale Apple integra la scheda grafica AMD Radeon Pro 5000M, la prima GPU dedicata mobile da 7 nm. Con memoria video GDDR6 e un’opzione VRAM da 8GB, sarà possibile gestire più velocemente le attività che richiedono maggiori risorse grafiche. MacBook Pro monta poi una batteria da 100 Wh, la più grande mai utilizzata per un notebook Mac. Offre un’ora aggiuntiva di autonomia, per un totale di fino a 11 ore di navigazione wireless o riproduzione video nell’app Apple TV. Raddoppia l’archiviazione SSD portandola a 512GB e 1TB sulle configurazioni standard. Inoltre, per la prima volta può essere configurato con uno spazio di archiviazione di ben 8TB: l’SSD più grande mai installato in un notebook.

Hi-fi
MacBook Pro 16″ integra un sistema audio a sei altoparlanti completamente riprogettato e ad alta fedeltà, pensato per offrire a musicisti, podcaster ed editor video l’esperienza audio più evoluta di sempre in un notebook. I nuovi woofer “force canceling” brevettati da Apple utilizzano due driver opposti per ridurre le vibrazioni indesiderate che distorcono il suono, per un audio più nitido e naturale, con bassi più profondi di mezza ottava. L’array di microfoni a elevate prestazioni offre una riduzione del sibilo pari al 40% e un miglior rapporto segnale/rumore, paragonabile a quello dei più diffusi microfoni digitali di livello pro. Le registrazioni risultano così più nitide e pulite, per catturare dettagli e sfumature.

Mac Pro e Pro Display XDR 
Oggi Apple ha annunciato anche il nuovo desktop Mac Pro e Apple Pro Display XDR; saranno disponibili a dicembre. Progettato per offrire il massimo in termini di prestazioni e opzioni di espansione e configurazione, Mac Pro integra processori Xeon di classe workstation con fino a 28 core, 1,5TB di memoria ad alte prestazioni, otto slot di espansione PCIe e la scheda grafica più potente del mondo. Il Pro Display XDR è un display Retina 6K da 32″ con una gamma cromatica P3, colore a 10 bit, luminosità massima di 1600 nit, contrasto di 1.000.000:1 e angolo di visualizzazione ultra ampio.

Prezzi e disponibilità
Con un prezzo a partire da €2.799, MacBook Pro 16″ è disponibile da oggi sul sito Apple e tramite l’app Apple Store. Sarà disponibile negli Store e presso i Rivenditori Autorizzati Apple negli Stati Uniti più avanti nel corso della settimana e a breve anche negli store di tutto il mondo. Mac Pro ha un prezzo a partire da $5,999; Pro Display XDR ha un prezzo a partire da $4,999. Pot

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