HarmonyOS 2.0 ufficiale: Huawei sarà pronta a divorziare da Android nel 2021

Ieri si è tenuta la Huawei Developer Conference (HDC), l’evento dedicato principalmente agli sviluppatori che ha visto protagonista tra le altre cose HarmonyOS 2.0. Si tratta della nuova versione del sistema operativo interno pensata per trovare un’alternativa ad Android.

Richard Yu, capo della divisione consumer di Huawei, ha colto l’occasione per condividere la roadmap per HarmonyOS 2.0. Il codice open source del sistema operativo sarà quindi funzionante su tutti i dispositivi, anche quelli con 4 GB di RAM o più, entro ottobre 2021.

Tutti i dispositivi (anche con più di 4 GB di RAM) saranno idonei per HarmonyOS a ottobre 2020 perché il produttore vuole diventare indipendente da Android e per farlo si prepara ad una beta che sarà resa disponibile agli sviluppatori da dicembre 2020.

Da tenere presente che questo non significa che tutti gli smartphone Huawei nel 2021 saranno basati su HarmonyOS 2.0 piuttosto che su Android ma che se Huawei decidesse di lasciare Android nel 2021, avrà i mezzi per poterlo fare.

Come promemoria, HarmonyOS è un sistema operativo multipiattaforma sviluppato da Huawei lanciato ufficialmente lo scorso anno, poco dopo l’entrata in vigore dell’embargo americano nei confronti dell’azienda cinese, a cui è stato poi bandito il funzionamento dei servizi Google sui propri dispositivi. Da allora, il marchio ha lanciato smartphone con sistema operativo Android, ma senza Play Store e applicazioni di Google come YouTube, Drive etc etc

Huawei sottolinea in particolare un grande punto di forza di HarmonyOS: la sua capacità di funzionare su tutti i tipi di dispositivi. Il colosso cinese spiega che è sufficiente sviluppare un’applicazione una sola volta perché sia ​​disponibile su smartphone, schermi di auto, tablet o orologi connessi.

In un certo senso, la filosofia di HarmonyOS è molto simile a quella che Google vuole infondere in Fuchsia. Più in generale, Huawei persegue da tempo una strategia denominata 1 + 8 + N, il cui obiettivo è investire tutti i dispositivi connessi degli utenti con lo smartphone al centro di questo ambiente.

Infine, HarmonyOS dovrebbe aiutare a raggiungere questo obiettivo. Resta da vedere se la situazione tra l’azienda e gli Stati Uniti migliorerà nei prossimi mesi o anni, impedendo che il divorzio Huawei-Android avvenga. 

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Smartphone 5G: nel 2020 se ne venderanno 278 milioni

La rivoluzione 5G nel mondo degli smartphone procede spedita. A recitare la parte della protagonista, ancora una volta, la Cina, che guida sia il processo di implementazione della rete sia la disponibilità dei telefoni. Secondo Canalys, nel 2020 si venderanno 278 milioni di smartphone 5G, di cui il 62%, ossia 172 milioni, nel mercato della Grande Cina.

Le previsioni per il 2021 parlano di una quota di 5G nel mondo destinata a raddoppiare, con vendite distribuite un po’ in tutti i Paesi chiave per la telefonia mobile.

Il modello Realme V3 5G, presentato a inizio settembre, rappresenta un po’ lo spartiacque, essendo stato catalogato ufficialmente come il primo cellulare 5G ad essere uscito sul mercato con un prezzo inferiore a 150 dollari (il prezzo al dettaglio in Cina è di circa 146 dollari). 

Secondo Shengtao Jin, analista di Canalys, questo traguardo è stato tagliato tre mesi prima del previsto e causerà un significativo effetto a catena in altre regioni: Sud-Est asiatico, EMEA e persino America Latina, dove le aziende produttrici di smartphone cinesi si stanno espandendo, accrescendo le proprie quote.

I produttori continueranno a spingere sull’acceleratore dei dispositivi 5G su questi mercati anche se la rete di nuova generazione non potrà dirsi completamente implementata ancora per parecchi mesi a venire. 
Ciò darà però loro un vantaggio sui competitor, anche perché Samsung è al momento l’unica grande azienda non cinese a lanciare dispositivi 5G.

Huawei giocherà un ruolo importante nell’adozione degli smartphone 5G, nonostante le incertezze che circondano l’azienda e le restrizioni nell’approvigionemento di componenti chiave, dovute al bando americano e all’impossibilità di intrattenere rapporti commericali con le aziende statunitensi. Xiaomi, Oppo e TCL osservano attentamente la situazione, pronte ad approfittarsi di eventuali passi falsi e a spartirsi nuove quote di mercato, ha commentato Ben Stanton, analista di Canalys.

Il prezzo medio dei telefoni 5G in Europa dovrebbe scendere a 765 dollari nel 2021, per poi collocarsi costantemente sui 477 dollari nel 2024. Un price index piuttosto elevato se si guarda ad alcuni prodotti da poco arrivati sul mercato, ma che risente fortemente del listino dei modelli Samsung e Apple, che portano inevitabilmente la media dei prezzi verso l’alto.

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Motorola presenta RAZR 5G con pannello da 6,2 pollici pieghevole. Costo? 1.600 euro.

Motorola ha presentato la nuova versione 5G di RAZR, il suo smartphone flessibile con form factor a conchiglia. Il dispositivo è mosso dal processore Snapdragon 765G, abbinato a 8GB di Ram e a 256 GB di spazio di archiviazione.

Rispetto al primo modello le novità sono parecchie: il display principale si estende per 6,2 pollici (il pannello è un pOLED con risoluzione di 876 x 2.142 pixel e densità di 373 ppi), quello secondario da 2,7″ (gOLED, 800 x 600 pixel, 370 ppi).

Più app ora funzionano con il supporto dello schermo esterno, come fotocamera, messaggi, calcolatrice, Google News, Google Home e YouTube e altre ancora che possono essere pre-impostate dall’utente. Lo schermo supporta anche la navigazione gestuale.

Il Razr 5G è dotato di una batteria da 2.800 mAh con supporto per la ricarica da 15 W e una di fotocamera da 48 Megapixel con apertura f/1.7, OIS e autofocus laser. Il sensore per i selfie è rappresentato da un’unità da 20 Megapixel con apertura f / 2.2.

Prezzo e disponibilità di Razr 5G
Il nuovo razr 5G sarà disponibile in Italia dalla seconda metà di settembre a partire da 1.600 euro. Tre i colori disponibili: Polished Graphite, Liquid Mercury, Blush Gold

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Il nuovo iPad Pro: un tablet non per tutti, anche per il prezzo

L’ultimo tablet di casa Apple è più potente dei comuni pc in circolazione ed è destinato soprattutto ai professionisti, soprattutto per il prezzo molto elevato. L’abbiamo messo alla prova e confrontato coi “rivali” Samsung Galaxy S4 e Microsoft Surface Pro. Ecco come è andata.

iPad Pro con design all-screen (nessun tasto e display che arriva fino ai bordi) è pensato per l’utilizzo in ambito lavorativo ed è l’iPad il più evoluto e potente di sempre, più potente anche della maggior parte dei PC portatili. Non sembra adatto agli utenti “normali”, che lo usano solo per navigare e vedere video, ma se ti affascinano l’estetica e le performance dei prodotti Apple e non ti spaventa l’acquisto di accessori costosi, il nuovo iPad Pro è un ottimo acquisto. Il prezzo è elevato considerando il prodotto che viene offerto, tuttavia l’iPad Pro da 11 pollici è stato considerato il prodotto migliore nel test di Altroconsumo su 84 modelli di tablet. Se vuoi vedere i risultati completi guarda il nostro test comparativo.

Dimensioni, prezzo, usabilità e connettività
Esistono due modelli di iPad Pro ed entrambi sono stati testati da Altroconsumo. Ecco i risultati nel dettaglio:
> Dimensioni e prezzo. L’iPad Pro da 11 pollici costa 899 euro, da 12,9 pollici 1.119 euro. Lo spessore è lo stesso in entrambi i modelli, 5,9 mm, rendendoli i più sottili di sempre. Se vuoi spendere così tanto per un tablet, è preferibile il 12,9 perché la grandezza dello schermo si avvicina a quella di un laptop e ti aiuta a lavorare meglio.
> Usabilità. Nello svolgimento delle normali operazioni non si notano rallentamenti. L’orientamento orizzontale/verticale non crea nessun problema. Come per gli iPhone X, utilizzando l’iOS più recente è ora possibile avere diverse identificazioni facciali registrate sullo stesso dispositivo. Esiste anche la possibilità di aggiungere al dispositivo una tastiera, che però deve essere acquistata separatamente. Le vecchie tastiere non sono compatibili con il nuovo dispositivo. La nuova Apple Pencil si aggancia magneticamente all’iPad Pro e contemporaneamente si ricarica in wireless. Anche per la Apple Pencil vale lo stesso ragionamento fatto per le tastiere, i modelli vecchi non sono compatibili con il nuovo dispositivo.
> Connettività. Il nuovo formato dell’iPad prevede l’acquisto di nuovi adattatori. Apple consegna insieme al prodotto un cavo USBC di un metro mentre le precedenti versioni avevano un cavo di due metri, molto più pratico. Non tutti gli adattatori funzionano con il nuovo iPad, non è in grado di leggere una chiavetta USB. Questo aspetto fa capire come il sistema iOS sia di natura chiusa. Per usare iTunes la versione deve essere la 12.8, altrimenti non si connetterà al dispositivo iOS 12. Per quanto riguarda la risoluzione gli schermi sono rimasti gli stessi, anche se la luminosità è migliorata e si vede. Il rivestimento oleorepellente e il rivestimento antiriflesso funzionano bene, anche se sarebbe stato meglio avere a disposizione anche un panno per pulire lo schermo.

A confronto con i concorrenti
> Confronto con il tablet Android Samsung Galaxy Tab 4. L’iPad Pro è un dispositivo migliore del Tab 4. L’iPad Pro è un dispositivo che ha come punti di forza l’utilizzo lavorativo oppure la grande potenza, al contrario del Tab 4. Non deve essere confuso con l’iPad più “domestico” che ovviamente rimane in produzione. 
> Confronto con il tablet Microsoft Surface Pro. Lo schermo dell’iPad Pro è migliore, l’audio è migliore, il suono è più forte, le performance video e camera sono alla pari. Entrambi sono destinati all’utilizzo lavorativo, ma l’iPad Pro funziona meglio in ogni area inclusa la connettività. Il limite dell’iPad Pro è quello della chiusura rispetto agli altri hardware e agli altri sistemi operativi, se però ti basta l’ecosistema di app che puoi trovare nell’app store, come Office o Adobe Photoshop, nessun problema. I nuovi iPad Pro da 11 pollici e da 12,9 pollici saranno disponibili con capacità 64GB, 256GB e 512GB e nella nuova opzione da 1TB nei colori argento e grigio siderale.

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Raffreddare il pc

Bastano un po’ di attenzione e di cura per evitare che il tuo computer si surriscaldi. Ecco qualche consiglio per tenere a bada la temperatura ed evitare brutte sorprese.

Nei desktop, i computer “da tavolo”, la circolazione dell’aria non è quasi mai un problema: i componenti sono disposti in maniera ottimale all’interno del voluminoso involucro, e prese e ventole sono posizionate in modo da favorire lo scambio di calore verso l’esterno. Nei notebook, i computer portatili, il calore viene invece smaltito attraverso le superfici esterne e attraverso ventole che però, per mancanza di spazio utile, sono spesso posizionate sotto al pc. Una volta appoggiato sul tavolo, restano solo pochi millimetri di distanza tra il fondo del computer e il piano d’appoggio: non si tratta di una situazione ottimale per la dispersione del calore e il ricambio d’aria. La conseguenza è il rischio di surriscaldamento.

Computer portatile: più si usa più si scalda
Il calore prodotto dal notebook è proporzionale al lavoro svolto. Un computer fermo sulla schermata del desktop consuma poco, mentre quando lo si usa per compiti impegnativi, come la conversione di un video o durante un videogioco, richiede molta potenza di calcolo e si tocca il picco di calore prodotto. Il surriscaldamento nuoce al pc; i suoi componenti interni, se non sono adeguatamente raffreddati, possono raggiungere temperature vicine ai 100 °C e sul lungo periodo questo accorcia la vita utile del computer. Ecco perché è importante garantire una buona circolazione d’aria e un corretto “smaltimento” del calore verso l’esterno. Visto che la conformazione dei notebook non è ideale sotto questo profilo, a seconda dell’uso che fai del tuo computer potrebbe esserti utile un accessorio che ne migliori la ventilazione.

I supporti che raffreddano il notebook
I supporti aumentano la distanza tra il fondo del notebook, dove spesso sono posizionate le prese d’aria, e il piano d’appoggio e in alcuni casi forniscono un raffreddamento aggiuntivo per mezzo di ventole incorporate. Questi accessori per pc hanno la funzione di tenere il computer più fresco. Ne esistono di due tipi:
> Passivi: si limitano a tenere il computer sollevato (grazie alla presenza di staffe o in altro modo). La tastiera risulterà leggermente inclinata e quindi più comoda da usare. C’è più spazio per la circolazione dell’aria.
> Con ventole: i supporti più evoluti, e anche più cari, sono dotati di una o più ventole, che soffiano aria fresca verso la base del notebook. Sono alimentate dal computer, al quale sono collegate tramite cavo usb.

Qualità ed efficacia dei supporti variano molto uno dall’altro, così come i prezzi: si va da 7 fino a 40 euro (i modelli più cari toccano anche i 200 euro). Alcuni prodotti molto economici spesso non garantiscono la necessaria stabilità per lavorare: il computer traballa ogni volta che usi la tastiera.

Consigli per tenere il pc alla giusta temperatura
Bastano un po’ di attenzione e di cura per evitare che il tuo computer si surriscaldi. Ecco qualche consiglio per tenere a bada la temperatura ed evitare brutte sorprese.
> Usa il meno possibile il pc sulle ginocchia, su una coperta oppure su una tovaglia: qualsiasi base non rigida può infatti ostruire le feritoie, presenti sul fondo del computer, da cui viene smaltito il calore.
> Pulisci periodicamente le prese d’aria dalla polvere con un pennellino e, se necessario, con bombolette d’aria compressa che si comprano nei negozi di forniture elettriche.
> Se non hai bisogno che il computer vada alla massima potenza, puoi agire sulle impostazioni di risparmio energetico: se dal pannello di controllo di Windows scegli un’opzione che consente un consumo più basso, il computer andrà un po’ più piano ma scalderà anche meno.
> Se usi un supporto, verifica che il punto di appoggio non ostruisca le prese d’aria del pc, ottenendo l’effetto inverso a quello sperato. Dimensioni dei notebook e disposizione delle feritoie per l’aria cambiano da un modello all’altro: l’ideale è provare sempre il supporto con il proprio notebook prima di acquistarlo.
> Verifica la stabilità del supporto: la maggior parte delle basi in commercio è pensata per pc con schermo a 15”: se il tuo notebook è più grande, e quindi più pesante, potrebbe avere problemi di stabilità, specialmente quando usi la tastiera.
> In mancanza di un supporto, per sollevare il notebook e aumentare lo spazio di circolazione dell’aria, puoi usare un libro alto, da posizionare tra la base e il piano d’appoggio. Stai però attento a collocarlo in modo che non tappi le prese d’aria da cui esce il calore.

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Prezzi dei tablet in aumento per smart working e didattica online

Abbiamo confrontato i prezzi di 28 tablet: quelli più distribuiti e venduti sul mercato. Da febbraio (mese in cui è iniziato il lockdown) a giugno l’umento di prezzo registrato per questi prodotti tecnologici è stato in media del 4%. Ecco i prodotti che hanno registrato gli aumenti più alti.

In questi mesi di clausura forzata in casa sono stati i nostri principali alleati. Senza tablet (o pc), infatti, non sarebbe stato possibile lavorare in modalità smart working oppure seguire le lezioni tramite la didattica a distanza.

Ed è proprio per questo motivo, ovvero per la necessità delle famiglie di dotarsi da un giorno all’altro di questi apparecchi tecnologici, che i prezzi in questi 4 mesi sono saliti. Un dato ancor più significativo se si pensa che normalmente la tendenza di questi prodotti hitech è quella di registrare una decrescita dei prezzi dovuta alla rapida obsolescenza tecnologica di questi prodotti.

Prezzi aumentati in media del 4%
Abbiamo confrontato i prezzi medi online dei 28 tablet più distribuiti e venduti sul mercato. I prezzi sono riferiti al mercato online, l’unico realmente praticabile nel periodo della quarantena da parte dei consumatori.

Le marche prese in considerazione sono sei: Alcatel, Apple, Huawei, Lenovo, Microsoft e Samsung. L’aumento di prezzo registrato per questi prodotti dal primo febbraio al 4 giugno 2020 è stato in media del 4%.

Osservando nei dettagli i comportamenti dei singoli prodotti, abbiamo notato che su 28 tablet:
3 modelli hanno registrato una diminuzione del loro prezzo medio online;
3 modelli non hanno subito variazione;
22 modelli hanno avuto un aumento (14 di loro contenuto sotto il 3%, mentre 8 superiore al 3%).

I modelli con i maggiori aumenti
Il prodotto che in questo periodo ha registrato il maggior incremento è stato il Microsoft Surface Pro 8GB SSD 128GB, che a febbraio aveva un prezzo medio di 1130 euro, mentre a giugno di 1340 euro (+19%).

Anche gli Apple, i Huawei ed i Samsung non sono stati immuni dall’aumento. I prodotti di questi 3 marchi con il maggior aumento sono stati l’Apple Ipad 2019 WIFI 32GB, passato da un prezzo medio online di 365 a 400 euro (+11%), l’Huawei Mediapad T5 10.1″ 32GB WIFI passato da 180 a 200 euro (+10%) e Samsung Galaxy Taba 2019 T515 10.1″ 32GB 4G passato da 220 a 240 euro (+9%).

Importante quindi, in particolar modo in questo periodo, tenere d’occhio i prezzi dei vari modelli e soprattutto trovare il negozio (online e no) dove si può risparmiare. Il nostro test comparativo, non solo mette a confronto le prestazioni di oltre 100 tablet, ma è in grado di dirti in quale negozio puoi trovare ogni modello al prezzo più conveniente tra quelli più affidabili. 

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Mobilità: il coronavirus ha costretto Google a modificare Maps

Google ha spiegato in un post sul proprio blog come il Covid-19 abbia costretto l’azienda a ripensare le previsioni di guida per gli utenti di Google Maps. Negli ultimi 13 anni, quando si impostava un percorso su Google Maps, Google forniva un orario di arrivo stimato, basato su anni di dati e di analisi di DeepMind, un’azienda inglese di intelligenza artificiale controllata da Alphabet. Tuttavia, da quando sono state messe in campo le restrizioni alla mobilità per il coronavirus, Google ha riscontrato che il traffico globale è diminuito del 50 per cento, rendendo quel metodo di calcolo non funzionale.

Da quando è scoppiata la pandemia da Covid-19, Google ha cambiato i suoi modelli per dare la priorità ai dati sul traffico delle ultime due/quattro settimane. Ciò per tentare di rimanere affidabile durante la pandemia, anche a fronte di graduali aperture in specifiche aree. Finora, le previsioni relative all’orario di arrivo di Google Maps, grazie anche ai nuovi strumenti di calcolo, sono state accurate per oltre il 97 per cento dei viaggi, ha affermato la società.

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Poco X3 NFC, la prova del nuovo smartphone economico di Xiaomi

Che cosa accomuna una famosa band fondata alla fine degli anni sessanta da Jim Messina, una catena tedesca di negozi di arredamento a buon mercato e un marchio di smartphone controllato dalla cinese Xiaomi? Il nome che in italiano desta un po’ di ilarità e facili battute: Poco. Il terzo smartphone dell’azienda, che da gennaio 2020 opera indipendentemente dalla casa madre, convince nonostante il nome. Disponibile in Italia dal 10 di settembre prossimo, Poco X3 NFC è dispositivo dall’ottimo rapporto fra qualità e prezzo. Nonostante le facili ironie di natura onomastica, è uno smartphone tutt’altro che carente, grazie a uno schermo con frequenza di refresh variabile, un processore abbastanza potente, una batteria enorme che dura tantissimo e la presenza di un chip NFC per i pagamenti digitali, che su prodotti della fascia sotto i 300€ non sempre si trova.

Design e caratteristiche
Il design Poco X3 NFC si inscrive nel solco già tracciato dai primi due modelli del marchio Poco, F1 e F2: le linee non brillano per originalità, sono abbastanza solide e un po’ massicce. Lo schermo è grande e così il dispositivo, che però ha una buona ergonomia generale ed è ben bilanciato. Buona la posizione centrale del modulo sporgente delle fotocamere sul retro, mentre non ci piace – da un punto di vista puramente estetico – la grossa scritta traslucida “Poco” che campeggia sulla parte bassa della scocca posteriore.

Il display è particolarmente buono: è un DotDisplay FHD+ da 6,67” che unisce una frequenza di refresh da 120Hz a una frequenza di risposta al tocco da 240Hz. È forse la prima volta che le vediamo su dispositivo di questa fascia di prezzo, anche se si tratta di caratteristiche che si sfruttano a pieno più che altro su dispositivi di fascia più alta, che permette un livello di mobile-gaming un po’ più intenso. Su questo Poco X3 NFC si può giocare senza particolari problemi alla maggior parte dei videogame più gettonati, ma le prestazioni sono buone, non eccelse. Da segnalare però la presenza dell’ottimizzazione software Game Turbo 3.0, che regola le caratteristiche necessarie per la miglior esperienza di gioco sulla base dei requisiti del titolo che sta girando. Interessante anche la presenza della regolazione automatica del refresh (nulla di nuovo, ma difficile da trovare di serie su telefoni che costano poco): lo schermo non gira sempre al massimo, ma adatta la frequenza all’attività in corso passando da 50, 60, 90 o 120Hz. Il risultato è un’ottimizzazione delle prestazioni e soprattutto una gestione intelligente del consumo di batteria.

Nell’uso quotidiano Poco X3 NFC ci è sembrato abbastanza rapido, e la fluidità generale dell’interfaccia è più che soddisfacente (salvo qualche lieve rallentamento nell’applicazione della fotocamera). È merito dello Snapdragon 732G con GPU Adreno 618, ultimo nato fra i chip della fortunata serie 7 di Qualcomm, che negli ultimi mesi ha favorito il rilancio in grande stile di una lunga serie di interessanti dispositivi di fascia media.

Batteria gigante e altri dettagli
Nella lista delle specifiche del Poco X3 spicca la dimensione della batteria, su cui i progettisti di Xiaomi/Poco non sono scesi a compromessi: 5280mAh, più che sufficienti per un’autonomia di circa 2 giorni con un uso normale dello smartphone. Come sempre in questi casi, alla dimensione esagerata della batteria corrisponde anche un peso non trascurabile del dispositivo: 215g, più o meno come un iPhone 11 Pro Max. Da segnalare anche la ricarica rapida da 33W: in 30 minuti la batteria arriva al 62%, mentre ce ne vogliono 65 per raggiungere il 100% di carica.

Fra le altre caratteristiche degne di nota, che abbiamo potuto apprezzare provando il telefono in anteprima, mettiamo l’uscita jack per le cuffie, lo schermo senza bordi stondati e il sensore di impronte integrato sul bottone home laterale, una soluzione che si vede sempre più spesso e che riteniamo tanto semplice quanto pratica nell’uso continuato del telefono. Menzione di merito, ovviamente, anche al chip NFC, la cui presenza è ricordata persino nel nome del prodotto: è un’ottima aggiunta e garantisce la possibilità di gestire i pagamenti digitali con Google Pay.

La fotocamera
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Le caratteristiche della fotocamera non brillano rispetto al resto del telefono, ma il comparto multimediale non delude neppure. Il sensore principale del Poco X3 è un IMX 682 di Sony da 64MP, affiancato da un obiettivo ultragrandangolare da 13MP.

C’è poi un sensore di profondità da 2MP per migliorare lo sfocato sui ritratti, e infine un inutile obiettivo Macro, pure da 2MP, come da ben nota fissazione degli ingegneri di Xiaomi. Fa foto inutilizzabili (la risoluzione è troppo bassa pure per il Web, ormai) ed è lì solo per poter definire “Quad Camera” il modulo fotografico posteriore.

Nonostante il neo del sensore superfluo, che non userete praticamente mai, la qualità generale delle foto che si possono scattare con Poco X3 è decisamente buona. Ci piace l’elaborazione dell’HDR, mai esagerata, e la gestione dei colori. Visto il prezzo, ci sentiamo di promuovere a pieno anche l’esperienza d’uso fotografica. 

Conclusioni, prezzi, disponibilità
Con il nuovo X3 NFC Xiaomi/Poco ci hanno dimostrato (se ancora ce ne fosse bisogno) che oggi si possono integrare in un telefono di fascia bassa caratteristiche e funzioni avanzate senza incidere eccessivamente sul prezzo. Nel complesso questo smartphone è un buon esercizio di compromesso che offre tutto quello che l’utente medio cerca in uno smartphone del 2020.

Poco X3 NFC sarà disponibile in Italia a partire dal 10 settembre in anteprima sul sito Mi.com, prezzo i Mi Store e su Amazon. Costa 230€ nella versione da 64GB con 6GB di RAM e 270€ nella configurazione superiore da 6G+128GB.

Nelle prime 24 ore dal lancio e/o fino ad esaurimento delle scorte, la versione base si potrà acquistare su Mi.com e su Amazon a 199,9€, mentre dal 10 al 30 settembre il modello da 6GB+128GB costerà – sempre su Mi.com e Amazon – solo 250€.

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Asus ZenFone 7 e ZenFone 7 Pro, ecco i nuovi smartphone con tripla fotocamera ribaltabile

Dopo un anno e mezzo passato a cercare soluzioni creative per eliminare il notch dallo schermo degli smartphone, la maggior parte dei produttori sono tornati a design già collaudati, riscoprendo in particolare i fori sullo schermo in varie fogge, dimensioni e posizioni.

Con i nuovi ZenFone 7 e ZenFone 7 Pro, disponibili da oggi sul mercato italiano, Asus va invece controcorrente e ripropone una versione aggiornata e potenziata della Flip Camera, il modulo fotografico ribaltabile che avevamo già visto sullo Zenfone 6, poco più di un anno fa.

Il concetto è semplice: anziché implementare un modulo aggiuntivo per gli obiettivi frontali, sui nuovi smartphone dell’azienda taiwanese la fotocamera posteriore ruota di 180° grazie a un motore controllato dal software. Così non solo si elimina la necessità di una tacca sullo schermo, che rimane completamente libero da elementi di disturbo e si estende fino ai bordi, ma si possono anche fare selfie e videochiamate con la massima qualità possibile, senza i compromessi tecnici tipici delle normali fotocamere frontali. 

Le novità principali, rispetto al modello dello scorso anno, sono la presenza di una terza fotocamera nel modulo motorizzato e l’implementazione di un display AMOLED da 6,67” (era LCD nel modello precedente) con frequenza di aggiornamento a 90Hz.
Molto buona la dotazione fotografica, con un sensore principale Sony IMX686 da 64MP, affiancato da un ultra-grandangolo con sensore Sony IMX363 e infine un teleobiettivo con zoom ottico 3X. I sensori sono gli stessi sia su ZenFone 7 che su ZenFone 7 Pro, ma su quest’ultimo è presente anche la stabilizzazione ottica dell’obiettivo zoom e del sensore principale. Entrambi sono in grado di girare video fino a 8K UHD a 30fps.

Rispetto allo ZenFone 6 i due nuovi smartphone di ASUS tentano una scalata verso l’alto, con un posizionamento e un prezzo che li mette in concorrenza con vari dispositivi di fascia medio-alta lanciati quest’estate, come Motorola EDGE o LG Velvet. Al posto dell’ubiquo chip Qualcomm Snapdragon 765G presente su questi ultimi, ZenFone 7 monta però il più potente Snapdragon 865 (lo stesso di OnePlus 8), mentre il modello Pro utilizza la versione “plus” dello stesso processore, con una frequenza di clock più alta.

Il risultato è che, allo stesso prezzo dei concorrenti sopracitati, i due smartphone di ASUS offrono – sulla carta – prestazioni migliori. In linea con il posizionamento anche la dotazione di memoria RAM e spazio di archiviazione: 8GB + 128GB sul modello 7, 8GB + 256GB sul modello Pro. 

Da segnalare fra le note positive di questi nuovi ZenFone 7 anche la dimensione della batteria: 5000mAh (con ricarica rapida) che bastano per garantire circa due giorni di autonomia con un uso normale del dispositivo. Un vantaggio che però si paga con il peso: gli ZenFone 7 sono due mastodonti da 230g, ben 40g in più rispetto al più compatto ZenFone 6. Per confronto, l’iPhone 11 Pro Max pesa 226g, ma ha volumi più compatti; il Samsung Galaxy S20 Ultra, nonostante le dimensioni analoghe, pesa 10g in meno.

Completano il quadro delle specifiche tecniche la compatibilità con le reti 5G, l’utilissimo slot per la tripla SIM (o per due SIM più una micro-SD per espandere la memoria) e un sensore per le impronte digitali integrato nel tasto di sblocco laterale (soluzione che è tornata a diffondersi negli ultimi tempi su diversi modelli di fascia media, e che qui ci piace sempre molto). Il software è Android 10 con interfaccia ZenUI 7, una personalizzazione della versione stock di Android molto leggera che – è un’ottima notizia – non aggiunge particolari fronzoli né applicazioni inutili installate di default. 

L’esperienza fortunata di ZenFone 6, che nel corso dell’ultimo anno ha fatto registrare numeri di vendita superiori a ogni aspettativa grazie a un ottimo rapporto qualità prezzo, ha convinto Asus a proporre l’innovazione della Flip Camera in una fascia più alta. 

L’obiettivo, dicono dall’azienda, è riposizionare i due dispositivi della serie 7 per intercettare l’interesse dei professionisti e dei power user, più che di un pubblico generalista che guarda unicamente al prezzo. Intenzioni chiare, ma strada rischiosa, in un momento in cui la concorrenza offre – a prezzi inferiori – smartphone 5G di ottima qualità che possono soddisfare le necessità anche di utenti più esigenti.

ZenFone 7 e ZenFone 7 Pro sono disponibili da oggi in Italia rispettivamente a 699€ e 799€.

Si possono preordinare sullo shop online di ASUS, mentre da metà settembre si troveranno anche nei punti vendita ASUS Gold Store e da Unieuro. Entrambi saranno acquistabili in due colorazioni: Aurora Black e Pastel White.

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La corsa di Qualcomm per conquistare il mercato del Pc

Le principali novità che il produttore americano dei chip per smartphone presenta all’Ifa di Berlino sono rivolte a Windows e non ad Android. Perché dallo scorso giugno è cambiato tutto.

C’è fame di novità, nel mondo Pc. E Qualcomm, che sta combattendo varie battaglie su fronti diversi (da [quella contro Apple, finita con una serie di accordi extragiudiziali a quella indiretta contro i grandi produttori cinesi, Huawei in testa, per la supremazia 5G, portata avanti grazie al gioco di sponda di Donald Trump e della sua guerra commerciale con la Cina), si trova davanti una nuova opportunità che non vuole perdere.

L’azienda di San Diego, con una lunga storia di innovazione e un ruolo centrale nel mercato dei telefoni cellulari con i processori Snapdragon, utilizzati da quasi tutti i produttori di smartphone Android, realizza anche altri prodotti fra i quali i chip modem per le connessioni dati (4G e i nuovi 5G), oltre a vari altri tipi di chip e memorie. Una tipologia in particolare è divenuta importante in questi ultimi mesi: i chip per i computer portatili che utilizzano la versione “Arm” e non Intel/Amd di Windows. Una nicchia, che all’improvviso lo scorso giugno è diventata strategica.

Un passo indietro
Apple durante la conferenza degli sviluppatori tenutasi via Internet (causa coronavirus) a giugno ha infatti annunciato la transizione dei suoi Mac ai processori prodotti internamente del tipo usato su iPhone e iPad: basati su Apple sono più potenti di quelli di Intel a parità di consumi, e comunque più risparmiosi e più flessibili. Ed essendo progettati internamente, costano meno, riducendo il prezzo (o aumentando i margini) dei prodotti Apple. Lo vedremo tra poche settimane con il lancio del primo MacBook con Apple Silicon Inside.

Cosa c’entra con Qualcomm e in generale con il mondo Windows il produttore di nicchia dei Mac, incompatibili e relegati al 6% del mercato? Il fatto è che le quote di mercato di Apple sono piccole, ma i suoi prodotti sono innovativi e intercettano la fascia alta della clientela, quella che paga di più e che tutti i produttori Pc vorrebbero raggiungere. Ma non riescono. Mentre chi vende Pc gioca per la maggior parte del tempo una partita fatta sui volumi con margini irrisori, Apple ne gioca un’altra, basata su un numero di pezzi relativamente minore ma con una marginalità molto maggiore, che risucchia via quasi tutto il valore dal mercato. 

Per la precisione, secondo Idc nel primo trimestre del 2020 il più grande produttore di pc per spedizione di pezzi è stato Lenovo, con il 24,1% del mercato, seguito da Hp con il 22%, Dell con il 19,7%. Seguono poi i “piccoli”, cioè Acer con il 6,3% e Apple con il 5,8%. Il resto del mercato pesa per il 22,1%. 

Il timore dei produttori di Pc, adesso che il tipo di Pc che si possiede è sostanzialmente indifferente perché tutto avviene in rete e c’è spazio ad esempio anche per sistemi operativi alternativi come ChromeOS di Google, è che Apple tiri fuori dal cilindro un computer con caratteristiche uniche che spariglia. Un computer, per intendersi, che sia ultraleggero, sempre acceso come un tablet, con batteria che dura venti ore, potenza da vendere e connessione 4G/5G integrata. 

L’opportunità di Qualcomm
Tutti i produttori di Pc stanno vedendo questa opportunità nel mercato. Il ritardo tecnologico di Intel e il ruolo relativamente minore di Amd nella produzione di chip che abbiamo un rapporto consumo/potenza favorevole e che consenta di avere prestazioni paragonabili a quelle di un chip per smartphone o tablet (che sono diventati potenti come Pc di fascia media). L’obiettivo però è sfruttare le ottimizzazioni e le nuove architetture sviluppate in ambito smartphone: cicli di sviluppo più intensi e una nuova architettura proposta da Arm e più “fresca” ha consentito in pochi anni di raggiungere risultati al di là della portata di Intel. La scommessa per Qualcomm è riuscire a cogliere quel frutto. I prodotti che Cristiano Amon, presidente di Qualcomm lancerà sul palco virtuale di Ifa Berlin in queste ore seguono proprio questa idea, dopo due anni di lavoro.

Sono gli Snapdragon 8cx Gen 2 con il 5G integrato che consentono, secondo Miguel Nunes, dirigente di Qualcomm Technologies, di sfruttare al massimo la nostra nuova realtà, che è quella di una produttività da remoto ovunque. Il chipset consente di avere una batteria dei computer portatili che secondo Qualcomm dura “più giorni”, connettività 5G e Wi-Fi 6 (l’ultima versione), una sicurezza integrata, capacità multimediali avanzate e intelligenza artificiale accelerata dal processore grazie a dei cuori di calcolo dedicati.

Secondo Qualcomm il suo chipset 8cs Gen 2 da 7 watt rende fino al 18% in più di un processore Intel Core 15 di decima generazione da 15 watt, e il 51% in più di un Hybrid Core 15 da 7 watt. Anche nel rapporto performance/watt, cioè il consumo sotto stress, il chip di Qualcomm secondo l’azienda è più produttivo del 39% rispetto ai due concorrenti che rappresentano le tipologie di processori usati sugli ultraleggeri e i portatili non sostituti di desktop.

Qualcomm porta la sua esperienza e capacità in ambito smartphone direttamente sui portatili Windows, con chipset 5G (X55) e 4G (X24) e Wi-Fi 6 (FastConnect 6800), multimediale (videocamera 4K HDR con 32 megapixel, audio surround con cancellazione del rumore e dell’eco e supporto per monitor esterni “dual 4K60” e monitor integrato da 4K UHD.

Il 5G, l’altra sfida, quasi vinta
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Qualcomm insiste anche sul 5G, la tecnologia che forse è stata più “spinta” dal marketing degli ultimi venti anni (dai tempi della bolla del web, per intendersi) e che l’azienda di San Diego ha in parte definito e di cui è sicuramente una protagonista, grazie anche alle barriere commerciali e di sicurezza alzate dagli Usa di Donald Trump.
Il 5G secondo Cristiano Amon sta diventando veramente un fenomeno di massa, con 35 Paesi con il 5G attivo, 80 operatori attivi (15 Paesi e 34 operatori in Europa), e con la proliferazione di telefoni europei con Snapdragon 865 (processore) e 765G (modem 5G). Sigle che stanno dietro a telefoni di Xiaomi, Oppo, OnePlus, Motorola, Sony, Lg, Nubia, Realme, Black Shark, Nokia. Qualcomm nel 2021 ha intenzione di supportare anche una serie di apparecchi 5G di fascia medio-bassa, per cominciare ad allargarsi verso un mercato potenziale di 3,5 miliardi di utenti. 

Ma è un altro il lato del mercato 5G che Qualcomm in questo momento è molto interessata a conquistare, e cioè il mercato della banda larga fissa basata sulla coppia 5G e Wi-Fi 6. Chiamata FWA CPE, questa soluzione serve per portare banda larga nelle case riducendo il bisogno di scavi e installazione di fibra ottica, che serve solo fino alle torri di trasmissione. Il 5G si occupa di coprire l’ultimo miglio e lo fa con una capacità oltre che velocità ignota alle generazioni precedenti. Secondo Qualcomm il traffico dati FWA è a oggi circa il 15% del mercato dei dati mobili, e crescerà dell8% all’anno sino al 2025 (secondo l’Ericsson Mobility Report).

Infine il 5G con banda millimetrica, o “5G mmW”, che è quello più avanzato e con la maggiore capacità e velocità, capace di dare video in altissima qualità in streaming anche in ambienti saturi di connessioni (ad esempio a tutti gli spettatori allo stadio) e videogiochi in streaming con qualità da console anche su telefonino. Le prime sperimentazioni e aste per le frequenze sono partite: in Finlandia (frequenze aggiudicate con le aste), Regno Unito (frequenze disponibili in ambito locale), Russia (le quattro telco locali stanno sperimentando), Germania (in corso di definizione) e Italia, dove Fastweb lancerà entro il 2020 il servizio commerciale FWA. In questo ambito Qualcomm lavora per integrare le tecnologie di rete da un lato e il chipset degli apparecchi dall’altro per avere più potenza, più flessibilità e più risparmio energetico a costi minori con la serie di modem X60 5G RF System.

Il futuro
Le aziende raramente scommettono tutto su un unico cavallo: diversificano e cercano al limite di sfruttare le sinergie tra le diverse tecnologie nei vari mercati. Qualcomm, pur tra difficoltà tecniche e in parte economiche per gli ingenti investimenti, e sotto la pressione di una concorrenza asiatica spietata oltre alle cause legali che nel corso del 2018-2019 hanno rischiato di mettere in crisi il suo modello di business basato su licenze e spese di commissione, sta comunque innovando e diversificando a grande velocità.

I rischi da un lato sono la relativa crescita del mercato 5G, che sta maturando ma che potrebbe essere “normalizzato” dal prossimo 6G, la generazione dietro l’angolo della quale si studiano già i tempi di rilascio e le caratteristiche tecniche. Soprattutto, la perplessità maggiore viene dal mercato dei Pc basati su processori Arm come gli Snapdragon 8cx Gen 2 5G di Qualcomm. Windows è stato effettivamente convertito anche per la nuova architettura ma non c’è una vera e propria migrazione organizzata, anche perché l’ecosistema Microsoft è strettamente legato al mondo x86 di Intel e Amd. Il risultato è che probabilmente a questi fantastici, ultraleggeri, risparmiosi e potenti computer portatili mancheranno moltissimi software e driver per periferiche, rendendo l’esperienza d’uso pionieristica al massimo se non decisamente frustrante. E non è chiaro quanti anni ci vorranno perché questa transizione effettivamente venga portata avanti, se mai lo sarà. 

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